“Tutto ciò che è profondo ama la maschera; le cose più profonde hanno per l’immagine e l’allegoria perfino dell’odio. (…) Ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera: e più ancora, intorno a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera, grazie alla costantemente falsa, cioè superficiale interpretazione di ogni parola, di ogni passo, di ogni segno di vita che egli dà ….la vita” e la “verità” non possono coesistere, perché se la verità della vita dell’individuo è nel suo essere strumento della conservazione della specie, l’individuo per vivere deve illudersi, indossando quella maschera che chiama “Io”, e quindi fuoriuscire dalla verità della sua vita…” Nietzsche/Schopenhauer
Se pensiamo un momento al cinema horror degli ultimi 30 anni e lo associamo al genere thriller italiano ci accorgiamo immediatamente di un particolare: la definizione stilistica del male e della sua impersonificazione è assai differente: il “cattivo” e la sua “pittorica riproduzione” cambia a seconda della cultura da cui è prodotta senza standardizzazioni prevedibili o apparentemente ovvie.
Lo strumento di delineazione del malvagio più diffusamente utilizzato è senza alcun dubbio la maschera (incerta l’origine del termine: una prima ipotesi la vorrebbe di origine preindoeuropea, da masca cioè fuliggine, fantasma nero). Questo stratagemma ha permesso dunque una vera e propria estetizzazione della violenza composta da un macro universo di segni riconoscibili di cui la maschera è certamente il capostipite assoluto. Continua a leggere La maschera del male →