Cina – Pechino e Taiwan tornano a parlarsi

20140211-172828.jpgPiù di sessant’anni dopo la drammatica separazione della Cina dovuta alla guerra civile, il ministro cinese per gli affari di Taiwan Zhang Zhijun e il suo omologo taiwanese Wang Yu-Chi si sono incontrati a Nanjing in un prima e storica occasione ufficiale. La svolta è veramente importante se pensiamo che fino ad una quindicina di anni fa, i due minacciavano ancora di farsi la guerra. Neanche questa volta Pechino ha comunque rinunciato a dar prova di qualche vecchio vizio.

Per dare all’appuntamento un tono che fosse il più neutrale possibile, non sono state esposte bandiere o titoli che accreditassero le provenienze dei rispettivi funzionari, visto che sia la Repubblica popolare cinese che Taiwan, o Repubblica di Cina (RDC) rivendicano ognuno la sovranità sull’altro. Neanche l’agenda dei quattro giorni brilla per qualcosa in particolare. Il ministro taiwanese infatti si limiterà a visitare a Nanjing il santuario di Sun Zhongshan, il fondatore del partito nazionalista Guomindang a cui appartengono sia Wang che l’attuale presidente taiwanese Ma Ying-jeou, e a partecipare ad alcune conferenze a Shanghai.
Del resto per i diretti interessati è già un successo l’aver organizzato un incontro che per il ministro Zhang era “impossibile da immaginare in passato”. All’evento ha partecipato una delegazione di circa 80 giornalisti, dove però (e questo è il vizio di cui parlavamo) sono stati esclusi due reporter che lavorano rispettivamente per Taiwan’s Apple Daily e Radio Free Asia. Il primo è un giornale che pur non escludendo la riunificazione di Taiwan con la Cina continentale, vi pone come requisito essenziale una sua transizione democratica; il secondo invece è un network non profit con sede a Washington, che trasmette notizie anche nelle lingue delle minoranze cinese come uiguri e tibetani, ragion per cui è stato bandito dal governo comunista.
Secondo l’ong Freedom House la decisione di Pechino riflette la volontà delle autorità centrali “d’influenzare i media di Taiwan e Hong Kong e di usare i visti per punire i network più critici”. Per questo oltre alla proposta d’istituire dei rappresentanti permanenti tra le due entità statali o di gettare le basi per una rinnovata cooperazione, tra gli argomenti di Wang è previsto anche un forte richiamo ai suoi colleghi continentali per il rispetto per la libertà di stampa.
È molto probabile però che il tema più importante sarà come sempre l’economia, forse il vero motore dell’avvicinamento. Da quando a Taiwan è salito al potere il moderato Ma Ying-jeou, la RDC ha promosso una serie di aperture verso la Cina continentale in linea con i cosiddetti “Tre Collegamenti”, un programma inizialmente proposto dal Partito Comunista Cinese per il ripristino dei collegamenti aerei, postali e commerciali tra le due comunità. Ciò ha accresciuto enormemente gli scambi reciproci e l’interdipendenza economica, che ha portato la Cina a diventare uno dei maggiori partner commerciali di Taiwan e viceversa. Da un certo punto di vista si può dire che i progressi degli ultimi anni hanno fuso i rispettivi sistemi industriali, con le aziende taiwanesi che hanno aperto decine di succursali nel continente per favorire la crescente importazione di prodotti non lavorati destinati alle potenti fabbriche dell’isola.
Pechino coltiva la speranza che il rafforzarsi di tali legami finisca per condurre ad una riunificazione de facto, simile a quella avuta con Hong Kong o Macao, evitando così di ricorrere ad un’invasione militare che l’alleanza difensiva tra Taiwan e gli Stati Uniti renderebbe particolarmente azzardata. Un progetto destinato ad essere di lungo periodo, che vede tra gli ostacoli non solo la lungimiranza dei mandarini pechinesi ma soprattutto la volontà degli stessi taiwanesi. Due anni fa il presidente Ma è stato riconfermato dalle ultime elezioni, ma in quattro anni la distanza tra lui e gli indipendentisti del Partito Democratico Progressista si è praticamente dimezzata: due milioni di voti di vantaggio nel 2008 contro ottocentomila nel 2012. Il rischio di un nuovo deragliamento è sempre dietro l’angolo.

Foto AP

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