Ungheria – Un piede in due scarpe

OrbanNella vecchia Europa tentata di rispolverare cortine di ferro che si credevano dimenticate, le sanzioni occidentali non hanno colpito solo la Russia, che viene accusata proprio in queste ore della NATO di aver sconfinato con i suoi carri armati in Ucraina. C’è infatti un altro paese dentro la stessa Unione Europea che provoca da tempo molti mal di pancia a Bruxelles e a Washington.

Si tratta dell’Ungheria di Viktor Obran, il primo ministro che non perde occasione di sfidare l’Ue con le sue politiche nazionaliste che destano l’ammirazione degli euroscettici, ma preoccupano per i toni a volte illiberali e radicali, specialmente in difesa dell’etnia magiara e delle minoranze ungheresi all’estero.

L’accento posto su quest’ultimo aspetto secondo i suoi critici accomunerebbe Orban alle recenti politiche di Mosca, l’antico rivale che adesso starebbe diventando uno dei suoi amici più stretti. Ogni volta che si parla di sanzioni contro la Russia ad esempio l’Ungheria accusa l’Europa “di spararsi sui piedi” o di “tagliare il ramo su cui siede”.

Un ulteriore elemento di provocazione è l’apertura del governo di Budapest all’inizio del mese alla costruzione del tratto ungherese del South Stream, il gasdotto studiato da anni per aggirare l’Ucraina. Il gesto d’amicizia verso Mosca – la Russia in cambio investirà svariati miliardi di euro nel paese per l’ammodernamento delle sue centrali nucleari – segue quello altrettanto discusso di settembre, quando l’Ungheria ha negato il cosiddetto reverse flow, ovvero il riflusso verso Kiev del gas russo che entrava in Europa senza più attraversare l’Ucraina e approvvigionarla a sua volta.

L’evoluzione dei rapporti tra i due paesi ha messo in allarme da tempo non soltanto più l’Unione Europea, ma gli stessi Stati Uniti, i quali hanno da poco revocato il visto ad alcuni funzionari ungheresi, in modo simile a quanto accaduto con le prime sanzioni contro la Russia. Il motivo ufficiale sarebbe l’accusa che ad alcune società americane sarebbero state chieste tangenti per partecipare agli appalti locali, ma c’è chi legge la mossa come uno strumento di pressione per costringe Orban ad allontanarsi dai suoi nuovi amici.

Nonostante la voce grossa che il primo ministro magiaro rivolge verso Ovest, c’è da sottolineare come la sua politica non manchi di qualche ambiguità. Quando si è trattato di votare per le sanzioni l’Ungheria alla fine si è allineata alla linea generale europea, contraddicendo nei fatti quanto detto finora. E se da un lato ha aperto al russo South Stream ha pure siglato da poco un accordo con l’Azerbaijan per la posa nel territorio magiaro di un tratto della Trans-Anatolian Pipeline, l’oleodotto considerato un vettore concorrente a quello russo.

L’impressione che si evince da questa condotta è che il premier ungherese, incalzato dal partito di estrema destra Jobbik, invece di andare fino in fondo con le sue minacce preferisca dedicarsi ad un equilibrismo politico nella speranza di ottenere il miglior vantaggio possibile tra gli schieramenti litiganti. Ciò che fa discutere non è tanto la natura ambigua del suo atteggiamento, ma la capacità di gestire i paradossi che sono dietro questa strategia e che a lungo andare non si accontenterebbero di sconvolgere soltanto il suo feudo.

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