Cina – In lotta per il libero scambio

Apec reunionL’aspetto forse più curioso dei vertici Apec (Asian-Pacific Economic Cooperation) è l’usanza di far indossare ai leader invitati un abito tipico del luogo in cui si tiene il summit, come fece ad esempio George W. Bush otto anni fa mostrandosi al pubblico con una sgargiante tunica azzurra vietnamita.

Molto più sobria è invece la casacca color vinaccia che Obama, Putin e Xi Jinping hanno dovuto indossare nell’edizione di quest’anno che si è tenuta in Cina. L’appuntamento è significativo non soltanto perché rappresenta una nuova occasione di confronto tra i presidenti americano e russo su molti dossier scottanti (Ucraina, Siria e Iran). L’apparente serafico padrone di casa spera infatti di sfruttare l’evento per anticipare le mosse dell’America e del suo ‘famigerato’ TPP.

Recentemente, soprattutto grazie a Report, è diventata nota tra il grande pubblico l’esistenza dell’accordo TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), ossia l’accordo di libero scambio in via di negoziazione tra Europa e Nord America. Forse ancora meno persone sanno che esiste un corrispondente di quest’accordo nel Pacifico, ovvero il suddetto TPP (Trans-Pacific Partnership), che dovrebbe riunire tutti i paesi che si affacciano su questo mare. In realtà tutti tranne due: Cina e Russia.

La natura dei trattati ha fatto molto discutere sui presunti vantaggi che andrebbero a beneficio più degli Stati Uniti che le controparti, rafforzando la penetrazione nei mercati esteri dei loro colossi nazionali a scapito delle aziende locali. I più critici verso gli americani sostengono pure che il TTIP e il TPP siano una sottile strategia per ancorare a sé le maggiori economie del globo, il cui scopo ultimo è garantire a Washington una posizione economica predominante sui rivali cinesi e russi, che a lungo andare si vedrebbero costretti a venire a patti e ad accodarsi.

Poi è arrivata la mannaia delle elezioni di mid-term che hanno visto la rimonta dei Repubblicani, riducendo Obama a quello che nel gergo americano viene comunemente definito un’anatra zoppa (lame duck). Con le Camere molto più ostili di prima sarà difficile capire se il presidente riuscirà a portare fino in fondo il suo progetto, il quale di per sé non dispiace ai suoi avversari politici che però potrebbero non essere disposti a regalargli un innegabile successo di politica internazionale.

Nel frattempo la Cina, che non avendo un sistema multipartitico non subisce tatticismi di questo genere (al massimo le risolve con epurazioni dalle tinte shakespeariane), approfitta del momento di debolezza americana per rilanciare in seno all’Apec un accordo di libero scambio tra i suoi membri, che sono almeno il doppio rispetto a quelli coinvolti nel TPP.

La proposta – battezzata FTAAP (Free Trade Area of the Asia-Pacific) e risalente addirittura agli anni sessanta – sembra aver incontrato il favore dei paesi partecipanti, che hanno annunciato dopo uno stallo durato decenni che vi sarà uno studio per capire come metterla in pratica. A infondere ottimismo alla praticabilità del FTAAP ci ha pensato anche una relativa distensione tra la Cina e il Giappone, che hanno esaltato il valore dell’interdipendenza tra i due paesi.

Se quindi un mercato esteso come quello del FTAAP garantirebbe un giro di affari di gran lunga superiore a quello del TPP, esso per contro sconterebbe una difficoltà ben maggiore nel raggiungimento di un’intesa tra governi ed economie molto diverse tra loro. E questo chiederà una dedizione lunga e costante dei suoi promotori, se vogliono evitare che il progetto venga rimandato per l’ennesima volta sine die.

La sfida tra i due accordi è stata nondimeno lanciata e il loro futuro dipenderà da chi avrà maggiore volontà politica per concludere quanto iniziato. La spunterà prima l’America che nonostante sia rallentata dagli scontri tra lobbies parte in vantaggio sul campo oppure la Cina con il suo più ampio margine decisionale? In palio c’è un bottino non indifferente: riplasmare gli equilibri economici di questo secolo.

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