Libia – Cirenaica, una secessione annunciata

LibiaNuovi guai per la Libia del post-Gheddafi. Nel giro di due settimane la regione orientale della Cirenaica (quella da cui è partita la ribellione che ha poi rovesciato il Colonnello per intenderci) sta spingendo verso la propria indipendenza da Tripoli, facendo infuriare un governo che dopo l’imbarazzante rapimento lampo del premier Ali Zeidan di qualche settimana fa non sembra avere molta forza per opporsi al disfacimento del proprio paese.

Le prime avvisaglie di questa spaccatura si sono avute alcuni mesi fa con le dichiarazioni dello sceicco Ahmed Zoubair al Senoussi, nipote di quel re Idris al Senoussi che tra il 1951 e il 1969 regnò la Libia appena liberata dal dominio italiano. Al Senoussi in occasione della sua nomina a presidente dell’autoproclamatosi Consiglio Transitorio della Cirenaica aveva infatti sostenuto le ambizioni autonomiste della regione, ma la situazione ben presto è sfuggita di mano anche a lui.

All’inizio di novembre infatti un gruppo di movimenti autonomistici ha fatto un ulteriore passo in avanti verso l’indipendenza vera e propria creando un esecutivo locale formato da 24 ministri guidato dal premier Abd-Rabbo Al Barassi e denominato con il nome arabo di ‘Barqa’. 

Tra le prime misure annunciate da questo nuovo governo, che ha spiazzato o lo stesso Al Senoussi vi sarà la suddivisione della Cirenaica in quattro distretti amministrativi (Bengasi, Tobruk, Ajdabiya e Montagna verde). Come se non bastasse il governo di Bengasi ha fondato una propria compagnia petrolifera chiamandola ‘Lybia Oil and Gas Corp.’, sottolineando con quest’atto la sua innegabile posizione di forza. 

Da quando è scoppiata la guerra civile in Libia, il livello di esportazioni di petrolio e gas – la risorsa principale del paese – ha visto un crollo vertiginoso dovuto soprattutto all’insicurezza cronica del nuovo esecutivo. In questo contesto la Cirenaica rappresenta forse la zona più sicura del paese per ripristinare gli approvvigionamenti energetici in tempi ragionevoli e ciò fa propendere molti partners occidentali (tranne l’Italia che si vede costretta ad abbandonare i suoi terminal di Mellitah, vicino al confine con la Tunisia) più ad adattarsi alla nuova situazione per rivalere i tanto agognati idrocarburi che a difendere l’integrità territoriale di un governo di fatto impotente. 

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