Un mare in frantumi

All’apice della loro parabola geopolitica i romani lo chiamavano Mare Nostrum, suggerendo come il loro dominio totale sul Mediterraneo, già da secoli luogo di scambi e contatti tra i popoli più disparati, si sarebbe d’ora in poi identificato con una sola civiltà. Da Teodosio in poi le cose sono cambiate parecchio, sebbene non siamo più ai livelli del Medioevo quando su questo mare si affacciavano decine di feudi o regni diversi che seguivano il continuo rimescolamento di fedeltà a questo o quel signore.

Per quanto riguarda il lato nord del Mediterraneo la situazione ha ritrovato un equilibrio che per certi versi richiama il precedente romano, nel senso che le coste settentrionali fanno quasi del tutto parte dell’Unione Europea, un soggetto politico che almeno sulla carta aspira a realizzare una cittadinanza/civiltà in modo simile ai predecessori dell’antichità.

Sfortunatamente non si può dire lo stesso della parte meridionale, teatro di massicci flussi migratori e di sconvolgimenti che hanno fatto dire a qualcuno di trovarsi a che fare con una specie di Caoslandia.

Mettendo da parte le parole ad effetto non si può comunque negare come praticamente nessuno dei paesi dell’area navighi in buone acque, mi si conceda l’espressione:

Marocco: a dispetto delle promesse di riforme il regno di Modammed VI poggia su un equilibrio politico precario, a cominciare dalla compagine governativa che vede una prevalenza di figure vicine alla monarchia rispetto al Partito della giustizia e sviluppo vincitore delle ultime elezioni.

A questa scarsa considerazione per i meccanismi democratici e la percezione di una corruzione generalizzata delle istituzioni fa da riflesso una crescente insoddisfazione popolare, specialmente nella regione settentrionale del Rif che dal 2016 è attraversata da forti proteste di stampo autonomista che hanno avuto ripercussioni a livello nazionale.

Sul fronte estero Rabat sta proseguendo la sua opera di proiezione in Africa Occidentale, cercando faticosamente l’ingresso nella Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) e siglando la costruzione di un gasdotto con la Nigeria, paese ricco di idrocarburi ma la cui instabilità pone dei seri rischi sulla fattibilità del progetto;

Algeria: pur essendo relativamente passata indenne dalle Primavere Arabe, il regime di Bouteflika si trova in una specie di limbo. Da una parte si attende a lungo una successione politica che la morte del l’anziano presidente renderà senz’altro convulsa, dall’altra abbiamo un’enorme gioventù priva di opportunità anche a causa del calo del prezzo degli idrocarburi (una voce non indifferente per le entrate di Algeri) che attende solo di sfogarsi non appena si presenterà l’occasione. Insomma una polveriera pronta ad esplodere;

Tunisia: malgrado i progressi a livello politico che ha reso questo paese forse l’unico successo delle proteste del 2011, su Tunisi incombono una serie di minacce che possono rapidamente comprometterne il quadro di apparente stabilità.

Innanzitutto si riscontra un persistente divario socio-economico tra le ricche regioni costiere e il poverissimo entroterra, il quale non a caso si sta rivelando un bacino prezioso di Foreign Fighters che vanno a combattere per il Califfato o altre cause jihadiste. Queste difficoltà, aggravate dalla crisi economica e del crollo del turismo, stanno anche riducendo il sostegno della popolazione per i valori democratici, a cui si preferisce un governo più stabile e magari più autoritario;

Libia: uno dei punti più dolenti della regione, secondo soltanto alla Siria per gravità, dove continua a mancare un soggetto unitario che abbia regione tanto delle influenze tribali e delle milizie che dei warlord come il generale Khalifa Haftar. A poco sembra servito l’incontro favorito dal presidente francese Emmanuel Macron tra questi e il presidente del Consiglio presidenziale del Governo di unità nazionale Fayez al-Serraj.

L’iniziativa di Parigi anzi pare complicare ancor di più la ricomposizione, che dovrebbe avvenire sotto l’egida delle Nazioni Unite e invece vede prevalere le tattiche di singoli attori a sostegno dell’una o dell’altra parte (Russia, Egitto ed Emirati Arabi appoggerebbero Haftar, mentre l’Occidente, la Turchia e il Qatar starebbero con al-Sarraj). Se lo stallo politico dovesse proseguire anche dopo le supposte elezioni del 2018, la situazione tornerebbe facilmente ad essere infuocata;

Egitto: il ritorno dei militari al potere sotto il generale Abdel Fattah al-Sisi non garantisce il paese dal ripiombare in una stagione di profonda crisi. Prima di tutto ad est incombe la minaccia di uno spillover dell’instabilità libica, a cui si aggiunge lo stato di parziale anarchia di regioni come il confine meridionale con il Sudan e la penisola del Sinai.

Il pugno di ferro su ogni forma di opposizione deve fare i conti con un quadro economico ancora in affanno a causa del calo del turismo, della produzione generale e dei benefici inferiori alle aspettative venuti dal l’allargamento del canale di Suez che sconta anche la riduzione dei traffici petroliferi nell’area.

Nella speranza di placare gli animi di chi soffre questo ristagno generalizzato il presidente ha lanciato nel 2016 un ambizioso progetto denominato “Vision 2030”, che evocando quello di matrice saudita, dovrebbe ristrutturare l’economia e redistribuire la ricchezza. Resta da vedere se il tempo lavorerà a favore di questo piano a medio-lungo termine;

Israele: a livello istituzionale probabilmente è il più stabile degli attori, ma sconta la sempiterna questione con i palestinesi che sta militarizzando sempre più il paese nella speranza che l’onnipotenza militare possa tenere alla larga il caos che lo circonda;

Libano: il piccolo paese dei Cedri si regge su un equilibrio molto precario, diviso com’è tra il governo sunnita di Saad Hariri, il movimento sciita di Hezbollah che gioca un ruolo importante nella guerra siriana e le numerose altre comunità religiose (cristiane in primis) che possono essere facilmente condizionate dallo scenario di conflittualità che schiaccia letteralmente Beirut sul mare. Non dimenticando la mia sopita ostilità d’Israele a causa della forte presenza di Hezbollah con cui in passato non sono mancati gli scontri anche a livello militare;

Siria: lo scenario senza dubbio peggiore della regione, dove la guerra civile si sta avvicinando a compiere giunta il suo settimo anno consecutivo e non vede al momento una via d’uscita all’orizzonte nonostante i ripetuti cessate il fuoco e consessi internazionali. Si ha invece l’impressione che la Siria continui ad essere teatro di un Grande gioco 2.0 tra potenze che a forza di tessere trame si sono trovate ingarbugliate nella propria matassa politica.

Certo, vi sono stati dei progressi con la minaccia del Califfato che è stata ridimensionata parecchio, ma pare difficile che il paese possa tornare ad essere il soggetto unitario di un tempo.

Se il presidente Bashar al-Assad è riuscito a consolidare il suo dominio sull’ovest del paese, il nord è quasi completamente in mano ai curdi e alle forze ribelli, il cui destino resta comunque molto incerto;

Turchia: da faro di stabilità e modello per le turbolenti primavere arabe, il sempre più sultanato di Recep Tayyip Erdoğan si è trasformato in un attore nervoso e isolato, con buona pace dei sogni neo-ottomani di qualche anno fa.

Il crescente autoritarismo del presidente (decollato dopo il fallito golpe evuna serie di referendum dal sapore plebiscitario) ha quasi messo una pietra tombale nel processo di avvicinamento della Turchia all’Europa e l’ha allontanata dagli Stati Uniti. E a questo rafforzamento dell’esecutivo non è corrisposto nemmeno un’accresciuta proiezione regionale, poiché i vuoti seguiti al disimpegno americano sono stati colmati da Russia, Iran e Arabia Saudita, tutti attori che per ragioni storiche e culturali si configurano più come rivali che potenziali partner di Ankara.

Un elemento ancora più destabilizzante è il recente referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno, il quale se portato alle sue estreme conseguenze (un’effettiva divisione della regione dall’Iraq) rischia di infuocare nuovamente la questione curda anche in Turchia, dove questa minoranza ha un peso non indifferente.

Davanti a questa sponda meridionale in frantumi, quella settentrionale non brilla certo per iniziativa e reattività per contribuire a stabilizzare la prima.

Da tempo l’Unione Europea ha cessato di essere un attore geopolitico rilevante, se mai lo sia stato, in un bacino che per ragioni geografiche, storiche e culturali dovrebbe essere una priorità a tutto campo.

Lo sforzo maggiore viene invece concentrato sulla questione dei migranti, cercando degli accordi di gestione dei flussi che sono dei palliativi rispetto al rafforzamento degli equilibri interni di questi paesi che, se andassero del tutto fuori controllo, annullerebbero l’efficacia di qualsiasi trattato e spalancherebbero le porte ad un caos incontrollabile.

Ovviamente il Mediterraneo meridionale è solo il bordo di uno scacchiere di potenziali minacce molto più grande (Sahel, Golfo Persico), ma è indubbio che una grandstrategy europea del Mediterraneo che favorisca unamaggiore stabilizzazione e coesione di questo mare avrebbe una ricaduta positiva sulle regioni limitrofe.

In alternativa lasciare che i singoli tasselli diventino tanti piccoli Grandi giochi di potenze esterne lascerà l’Europa a dover pagare le conseguenze del proprio immobilismo con sempre più strascichi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...