Alien Covenant: la caduta degli Dei

Il mio nome è Ozymandias, re di tutti i re,
Ammirate, Voi Potenti, la mia opera e disperate!
Null’altro rimane. Intorno alle rovine di quel rudere colossale, spoglie sterminate..“.

Questo breve estratto dal sonetto di Percy Bysshe Shelley del 1818 ci fornisce un adeguato tracciato nell’analisi dell’ultima fatica di Ridley Scott, Alien: Covenant.

Il film è un sequel di Prometheus ma non si riaggancia al primo Alien. Questo secondo capitolo si poggia su una tematica cardine: la caduta di ogni sorta di divinità di fronte al potere e al libero arbitrio dell’intelletto. La creazione non è più quel mistero filosofico avvolto nell’oscurità ma è l’atto che sancisce l’affermazione di una superiorità di specie.

Ridley Scott trova il modo di far uscire fuori dalla storia gli Ingegneri. Una civiltà apparentemente spazzata via da David, il quale, utilizzando il patogene scoperto nella spedizione Prometheus, annienta (definitivamente?) i creatori dell’umanità.  E’ nostra convinzione che nella mente di Scott, nonostante ciò che abbiamo visto, non sia però finita qui con loro. Se ricordate infatti nel primo Alien, ambientato diversi anni dopo Covenant, una spedizione del Nostromo troverà un Ingegnere morto e tantissime uova aliene all’interno dello Juggernaut sull’Lv426.

Tornando alla storia il tutto ruota intorno ad una nave colonizzatrice: la Covenant. In viaggio verso un remoto pianeta chiamato Origae-6.

Siamo nel 2104 dieci anni dopo la sventurata catastrofe del Prometheus e l’equipaggio, risvegliato da un incidente a bordo, troverà di fronte a se la possibilità di poter raggiungere un mondo, sfuggito alle mappe, ma con tutte le apparenti condizioni per lo sviluppo della vita. Arrivati sul pianeta, nonostante la reticenza dell’esperta in terraformazione Daniels (che sembra fare l’occhiolino all’Ellen Ripley di Aliens: Scontro finale) scopriranno un’atroce verità su cosa sia effettivamente accaduto ai superstiti del Prometheus.

David infatti, ormai perso il controllo sulla sua emotività e credendosi più un Dio che un androide, dopo lo sterminio di massa degli Ingegneri e l’uccisione di Elizabeth Shaw durante le sue ricerche, ha dato inizio a esperimenti sulle creature mutanti nate dalla contaminazione degli insetti col patogene alieno (ecco spiegata l’organizzazione eusociale tale e quale ad api e formiche) dando vita ad una sua creatura: lo Xenomorfo.

Un perfetto organismo non offuscato da nessun tipo di inutile debolezza, coscienza o domanda metafisica sulle proprie origini (un po come il suo sintetico creatore). Così da “quel rudere colossale con spoglie sterminate” emerge il frutto della follia di un androide. Ecco spiegata dunque l’origine della creatura di Hans Ruedi Giger.

Nel film viene poi introdotta una nuova specie, i Neomorfi: di color bianco e dalla testa appuntita questo alieno è uno dei frutti della contaminazione del pianeta degli Ingegneri. Anch’essi germinano dentro un ospite umano, contaminato da alcune spore contenute in baccelli del terreno. Parenti lontani degli Xenomorfi ma nonostante questo estremamente pericolosi e ripugnanti. Una delle differenze più marcate tra i due è che i Neomorfi non hanno l’acido al posto del sangue.

Ma come valutiamo noi Alien Covenant? 

Sia Prometheus che Alien: Covenant risentono di uno dei problemi più grandi che un film possa avere: essere prequel. La ricerca di una direzione e di un’originalità nell’affrontare una tematica legata alla nascita di qualcosa di già ampiamente conosciuto non è certamente materia facilmente plasmabile. Dunque, rimanendo obbiettivi su tali difficoltà, non possiamo che dare una sufficienza a questo secondo tentativo partendo dal presupposto che l’effetto sorpresa di cui godeva il primo Alien non è infatti ricreabile.

Alien: Covenant ha però un grosso problema aggiuntivo: è un film molto meno coraggioso di Prometheus. Nel primo capitolo Scott aveva volutamente ricercato una strada nuova e se non fosse stato per una sceneggiatura carente avrebbe potuto spalancare le porte ad una vera e innovativa mitologia dell’universo di Alien. In questo secondo episodio tutto questo è stato messo in discussione in maniera forse troppo frettolosa scegliendo formule “sicure” in un universo che di colpo sembra essersi ridotto e di molto.

Il tema del doppio: elemento che però innalza l’evolversi del film è certamente la magistrale interpretazione di Fassbender che merita di essere sottolineata. L’Interazione tra i due sintetici (David e Walter) unita all’incipit iniziale con il creatore Weyland sono i momenti più alti nella sceneggiatura di Alien: Covenant. Di particolare impatto il color bianco nel quale David è immerso nel flashback iniziale: Scott con questa mossa ha voluto dare una forma al concetto di purezza nella continua ricerca della perfezione che è tema base di questo episodio.

Da queste solenni premesse però ecco le conseguenze peggiori: ad un certo punto Covenant cambia stile e diventa una storia del “già visto” senza pathos. La colpa non è della “morte” dell’effetto sorpresa ma da scelte stilistiche troppo “commerciali” utilizzate da Ridley Scott. Il culmine di questo cambio di rotta è la troppo precipitosa capitolazione degli Ingegneri di cui contiamo si torni a parlare nel terzo capitolo ricollegandosi così al capolavoro del 1979.

E’ dunque nella capacità di suscitare emozione che ritroviamo la nota più stonata di questo film che però ha comunque qualcosa da dire: una fotografia di ottimo livello e una storia che, pur nella sua fragilità, ha il controllo e il primato sullo spettacolo. Le creature aliene infatti non sembrano prendere il sopravvento sulla volontà di raccontare qualcosa.

La partita che si poteva giocare meglio riguarda gli ultimi venti minuti. Lì Scott doveva tentare con maggior convinzione di ricreare la suspense, l’ansietà e l’incertezza figlie del suo storico capolavoro. Aveva la possibilità di ricreare quel senso claustrofobico, minimalista ed essenziale che avrebbe suscitato un grande impatto e purtroppo è questo l’elemento più grave: non esserci riusciti.

 

 

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