Uno sguardo sulla riforma costituzionale

quesito-referendumLa battaglia per l’imminente referendum costituzionale che ci ha accompagnato nelle ultime settimane ha ormai stancato molti di noi, al punto che non si vede l’ora di mettervi la parola fine questa domenica.

Questo per i toni ossessivi, se non apocalittici, tra i due fronti, attorno ai quali in molti si schierano più per simpatie politiche che per una scelta ponderata e consapevole. Molti cittadini del resto non masticano granché di diritto costituzionale, nemmeno conoscono la stessa Costituzione o il funzionamento delle nostre istituzioni per capire veramente quale sia la posta in gioco nel voto in questione.

La Tana nel suo piccolo vuole allora dare un suo contributo sui punti salienti della riforma, senza pregiudizi di parte, perché a essere fondamentale in un dibattito è un’analisi seria dei fatti e non la ripetizione ad oltranza di slogan che invece di arricchire l’opinione pubblica non fanno che convincere le rispettive fazioni.

Cominciamo dal primo punto, ovvero l’abolizione del bicameralismo paritario. Esso non abolisce il Senato come molti possono pensare, ma non è più eleggibile direttamente e ridimensiona il suo ruolo per questioni più importanti come a livello costituzionale, elettorale o sugli organi di governo.

L’effetto principale di questo nuovo assetto sarebbe di rafforzare la Camera dei deputati, la quale avrebbe una strada più spianata per i propri lavori senza doversi giostrare con la “camera di raffreddamento” per ogni questione. Peccato soltanto che, come si può notare dal nuovo articolo 70 sull’iniziativa legislativa, la molto più complessa ripartizione delle competenze tra le due Camere solleverebbe non pochi conflitti di attribuzione a posteriori, rallentando l’iter che si vorrebbe snellire.

Inoltre questo nuovo Parlamento sconterebbe un deficit di rappresentatività costituito dalla riforma elettorale dell’Italicum. Nella nuova legge elettorale persiste l’impossibilità di poter scegliere i propri deputati, o meglio possiamo farlo ma solo dopo il capolista imposto dai partiti che andrebbero a costituire la maggioranza degli eletti. Inoltre il premio di maggioranza dell’Italicum che al primo turno è molto difficile da ottenere verrebbe assegnato all’eventuale ballottaggio ad un partito che, visto il proverbiale astensionismo di questi ultimi tempi, potrebbe disporre di una percentuale di votanti irrisoria rispetto al totale e nonostante questo avrebbe la maggioranza parlamentare. Alla luce di questo equilibrio il superamento del bicameralismo paritario, di per sé non un male, si risolverebbe dunque con un non del tutto confermato aumento dell’efficienza a scapito della democraticità.

I problemi che si riscontrano nella combinazione descritta sopra vanno a incidere pure su due organi di garanzia come il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale, che diventerebbero ancora più espressione delle maggioranze. Per il primo si vanno infatti ad abbassare i quorum, in quanto dal settimo scrutinio bastano i due quinti dei votanti, non dell’assemblea, rendendo più facile imporre il proprio candidato.

Ora, poiché il Presidente della Repubblica avrebbe la facoltà di scegliere cinque dei quindici giudici della Corte Costituzionale, mentre la Camera ne potrebbe eleggere altri tre (i restanti sono attribuiti dal Senato e dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa) ne consegue che diventa più probabile che la quota governativa della Consulta sia quella maggioritaria.

L’abolizione del CNEL è forse l’aspetto più positivo della riforma, poiché dalla sua istituzione nel 1957 esso non ha svolto un lavoro memorabile nel proporre leggi in materia economica e sociale, rivelandosi un organo poco rilevante. Anche l’abolizione delle Province sarebbe un’ottima cosa, sebbene il processo sia in realtà avviato da prima della riforma costituzionale (basti pensare al ddl Delrio del 2014), la quale va semplicemente a rimuovere il sostantivo dagli articoli del Titolo V e dunque non va a modificare nulla di sostanziale. In aggiunta a ciò c’è da osservare che le future Città Metropolitane stanno praticamente prendendo il posto di tali enti.

Vi è poi la questione del nuovo riparto delle competenze tra Stato e Regioni, con il primo che va a riappropriarsi di alcune potestà legislative nella Pubblica Amministrazione, nella sanità, sulle infrastrutture, il turismo o negli ordinamenti professionali. Sulla carta questo potrebbe tenere sotto controllo gli abusi e le storture che i numerosi scandali locali ci hanno raccontato nell’ultimo decennio, ma segna anche un passo indietro rispetto alla decentralizzazione che aveva caratterizzato il nostro paese negli anni passati.

Infine merita una menzione finale la questione delle leggi d’iniziativa popolare, che vedono alzarsi di molto l’asticella delle firme necessarie alla loro presentazione, ossia da 50.000 a 150.000. Per i referendum abrogativi invece viene introdotta la possibilità di abbassare il quorum ai partecipanti delle ultime elezioni legislative, purché si raggiungano almeno 800.000 firme altrimenti le condizioni restano le stesse. Anche qui si assiste insomma ad un ridimensionamento degli strumenti con cui gli elettori possono dare il loro contributo a migliorare le leggi del Paese.

Tirando un po’ le somme quello che si evince dalla riforma costituzionale è che ne uscirebbe fuori uno stato più forte e centralizzato, ma metterebbe ulteriormente da parte la volontà popolare che continuerebbe a non poter scegliere la maggioranza dei parlamentari e influirebbe relativamente sulla composizione delle Camere.

Un assetto del genere sarebbe senz’altro meglio apprezzato nei consessi internazionali, che si rapporterebbero con dei governi più solidi e affidabili. Purtroppo sappiamo pure che gli interessi di alto livello spesso non vanno a braccetto con le istanze democratiche, generando un risentimento che sta già sortendo effetti nefasti in molti paesi occidentali.

Ogni Costituzione non ha un valore così sacro ed eterno da essere intoccabile. Lo sapeva già Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti, il quale esattamente due secoli fa affermava che “ogni generazione è indipendente da quella che la precede […] ha quindi, come loro, il diritto di scegliere per sé la forma di governo che considera più adatta alla propria felicità.

È altrettanto vero però che qualunque riforma non deve intaccare il sacrosanto equilibrio dei poteri che questo nuovo assetto metterebbe invece a repentaglio. Se per l’amor del mercato e di queste forze multinazionali superior non recognoscens che stanno rimpiazzando gli Stati veri e propri siamo disposti a sacrificare anche l’essenza della democrazia non stiamo facendo un danno inferiore di quei populismi che ci fanno tanta paura.

 

 

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