Brexit – Il vaso di Pandora dell’Europa

Il leader dell'UKIP Nigel Farage. Foto Reuters
Il leader dell’UKIP Nigel Farage. Foto Reuters

Nigel Farage ha vinto: il Regno Unito se ne va all’Europa. Andando contro i sondaggi delle ultime ore che davano in lieve vantaggio il remain quasi il 52% dei britannici ha scelto invece di abbandonare l’Unione Europea. Il risultato pur essendo di stretta misura segna un importante precedente nel lungo percorso d’integrazione del nostro continente e apre scenari che in buona parte esulano ancora alla nostra comprensione. Cosa succederà adesso?

L’uscita della Gran Bretagna dall’Ue ovviamente non sarà istantanea, ma dovrà seguire le disposizioni dell’art. 50 del Trattato dell’Unione europea, in cui si prevede un’attesa di due anni tra la notifica del paese interessato e la separazione effettiva. Sempre che non si raggiunga un accordo prima per la cessazione dei trattati tra il Consiglio europeo e lo Stato. E vista la mole di tematiche e settori interessati neanche quest’ultimo dovrebbe essere semplice da raggiungere, anche se a Bruxelles fanno sapere di voler essere il più veloci possibile.

Il voto ha già provocato i suoi primi sconvolgimenti politici, a cominciare dalle annunciate dimissioni per il prossimo ottobre del premier conservatore David Cameron, il quale si è trovato nella paradossale situazione di aver concesso un referendum che ha segnato una sua bruciante sconfitta politica.

La Brexit tuttavia rischia di riaprire anche un’altra ferita interna che Cameron aveva vinto appena due anni fa, ossia il referendum sull’indipendenza della Scozia vinto dagli unionisti con il 55% dei voti. La regione, che a differenza di Inghilterra e Galles ha votato compatta per il remain, minaccia ora d’indire una seconda consultazione.

Lo stesso si discute di fare anche nell’Irlanda del Nord, per bocca del viceministro Martin McGuinnes dello Sinn Féin che come la maggioranza dei suoi concittadini vuole rimanere nell’Ue. Del resto il carattere periferico delle regioni scozzese e nordirlandese senza l’Europa potrebbe renderle ancora più isolate nelle dinamiche mondiali e il malcontento potrebbe mettere a repentaglio come non mai la sopravvivenza dello stesso Regno Unito.

Un’altra incognita riguarda gli eventuali aggiustamenti che interesserebbero le piazze finanziarie europee, che hanno già assistito alla sterlina in caduta libera. Molti analisti prevedono che la Brexit potrebbe ridimensionare il ruolo finanziario della City nella regione e non solo a favore di città come Francoforte o Milano, il che non si tradurrebbe in un collasso per Londra che ha comunque numerosi collegamenti in altre parti del mondo, ma perderebbe sicuramente le potenzialità che aveva restando in Europa.

Anche gli equilibri mondiali subiranno delle conseguenze non indifferenti. Uno scenario probabile è il rafforzamento dei legami tra Londra e Washington, che in uno dei tanti scherzi della storia ridurrebbe la prima ad essere il junior partner della sua ex colonia. Ciò potrebbe concretizzarsi specialmente in chiave di sicurezza, visto che i due Stati fanno parte assieme a Canada, Australia e Nuova Zelanda dei cosiddetti Five Eyes. Questa è una controversa alleanza d’intelligence nata ai tempi della Guerra Fredda che nella sua storia ha spiato personalità come Charlie Chaplin, Nelson Mandela e Angela Merkel e secondo le rivelazioni di Edward Snowden ha persino condiviso tra i suoi membri le informazioni dei rispettivi cittadini.

La Gran Bretagna dovrà dunque lavorare d’ingegno per ricostruire il suo ruolo nel mondo. Troppi i nodi da sciogliere: dall’economia su cui potrebbe puntare a divenire una specie di svizzera insulare alle implicazioni geopolitiche dovute ai suoi interessi sparsi per il mondo che saranno più difficili da tutelare in solitudine e potrebbero costringerla a ridiscuterne alcuni.

E l’Europa? Anche per essa si aprono strade finora non battute che chiederanno lungimiranza e responsabilità. Il terrorismo psicologico abbracciato per persuadere i britannici a rimanere – la Spagna che addirittura riparla della questione Gibilterra – non solo non è servito a nulla, ma tradisce un nervosismo che non lascia ben sperare sulle capacità degli eurocrati di fare il necessario bagno di umiltà da cui ripartire per dare un nuovo slancio alla loro creatura. E se ciò non dovesse accadere il Brexit potrebbe rivelarsi il precedente di altri temibili emuli.

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