Turchia – Il genocidio armeno e i compromessi dell’Europa

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan

In Europa si chiedono se sia stata una buona idea. Il riconoscimento del Bundestag di ieri del genocidio armeno ha segnato per tanti un atto di civiltà verso un milione e mezzo di morti dimenticati in un silenzio lungo più di un secolo. Ma per altri ha anche scavato un solco tra Germania e Turchia, mettendo a repentaglio l’accordo sui migranti che potrebbe allontanare dalle nostre coste migliaia e migliaia di profughi. Chi ha ragione?  

La questione del genocidio armeno è stata sollevata solo in anni recenti e non gode tuttora di un esteso riconoscimento. Nella comunità internazionale sono infatti solo una trentina di paesi a definire il massacro avvenuto tra il 1915 e il 1916 nei territori dell’allora Impero Ottomano in termini di “genocidio”, con la rilevante assenza degli Stati Uniti e Regno Unito.

La posizione di questi due paesi può far interrogare se la lunga indifferenza sul tema fosse dovuta all’appartenenza strategica della Turchia nella NATO. Del resto i paesi occidentali hanno iniziato ad aprire un dibattito dopo la fine della Guerra Fredda e il negazionismo di Ankara è stato anche uno degli elementi più critici nel processo di adesione turco all’Unione Europea.

Negli anni seguenti erano stati però altri problemi ad allontanare sempre più la Turchia dall’Europa: le rivolte di Gezi Park nel 2013, l’accentramento incontrastato dei poteri nelle mani del presidente Erdogan e la ripresa dello scontro frontale con i curdi del PKK. La Turchia insomma si rivelava essere incompatibile con l’Unione Europea non tanto per la sua collocazione geografica o culturale, quanto per i valori poco democratici che ispirano le sue stesse istituzioni.

L’indignazione in Europa cedette però lentamente il posto alle ragioni di convenienza. La Turchia infatti si trovò ad ospitare oltre un milione di profughi in fuga dall’interminabile guerra civile siriana, risparmiando tale onere ai nostri paesi. E per consolidare questa situazione lo scorso marzo si è giunti ad un clamoroso accordo a Bruxelles che in cambio del rimpatrio di migliaia di migranti dalla Grecia riapriva il processo di adesione Ue, seguito dalla promessa di liberalizzare i visti per i cittadini turchi.

Tutto sembrava filare liscio fino a pochi giorni fa. Prima è venuta la frenata del Presidente dell’Europarlamento Martin Schultz sui visti a causa della legge antiterrorismo turca, che per molti eurodeputati servirebbe a contrastare più gli oppositori politici di Erdogan che i veri terroristi. Poi è venuto il riconoscimento tedesco del genocidio armeno, uno schiaffo morale particolarmente sentito poiché in Germania vi è la più grande diaspora turca al mondo (almeno 2 milioni di cittadini).

In risposta agli eventi la Turchia ora minaccia ripercussioni sulle relazioni con Berlino e sull’accordo sui migranti. E c’è chi a Bruxelles corre già ai ripari invocando una nuova missione per ricucire lo strappo. Ciò probabilmente non si tradurrà in una marcia indietro sulla decisione tedesca riguardo il genocidio armeno. Ma potrebbe deludere chi sperava che la giornata di ieri avesse riaperto gli occhi dell’Europa sui tanti, troppi compromessi stretti con Ankara.

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