Siria – Il pragmatismo che non c’è

SukhoiDopo l’Ucraina la Russia ha aperto un altro fronte con gli Stati Uniti scegliendo d’intervenire nel teatro siriano. E lo ha fatto con i suoi Sukhoi, bombardieri di sovietica memoria diretti a colpire le postazioni dello Stato Islamico che occupa ormai un terzo del paese.

I raid aerei russi hanno immediatamente scatenato le proteste degli Stati Uniti, che accusano Mosca di colpire indiscriminatamente i guerriglieri islamisti e gli oppositori “democratici” allo scopo di rafforzare l’alleato Bashar al-Assad. Non sono mancati neppure gli incidenti con le forze NATO, tra cui la violazione dello spazio aereo turco o caccia russi e americani che si sono trovati pericolosamente vicini al punto da sfiorare lo scontro.

La strategia di Putin potrebbe tuttavia rivelarsi più incisiva della lunga ambiguità occidentale che ha accompagnato il conflitto siriano. Da un lato infatti Europa e Stati Uniti sono costretti ad intervenire in maniera indiretta attraverso finanziamenti ai gruppi ribelli e raid aerei di dubbia efficacia. Attacchi che peraltro stanno violando la sovranità di un paese, poiché malgrado la volontà di allontanare Assad, fintanto che egli resta in piedi il suo è di fatto l’unico governo legittimo ad autorizzare o meno attacchi militari stranieri sul proprio territorio.

Posizione molto diversa è invece quella della Russia, la quale essendo amica del regime di Damasco il suo intervento viene interpretato come l’aiuto di un alleato. Ciò non soltanto dona paradossalmente una maggiore ‘legittimazione’ agli attacchi russi, ma potrebbe in teoria aprire la strada ad operazioni di ben altro tipo. Compreso lo schieramento di truppe russe da affiancare a quelle lealiste, le quali li accoglierebbero ben più volentieri di una forza a guida NATO.

Davanti a questa situazione gli Stati Uniti, sentendo di aver perduto terreno di fronte all’iniziativa russa, cercano di controbattere denunciando gli abusi e le ombre dell’intervento del rivale. Una risposta tutto sommato fiacca, considerando anche gli scarsi risultati ottenuti dopo quattro anni di sostegno all’Esercito Siriano Libero (ESL).

L’opposizione democratica è divenuta così ininfluente nel teatro siriano da spingere Obama pochi giorni fa a tagliare i fondi destinati a loro. Lo Stato Islamico al contrario da utile idiota che le petromonarchie (alleati sempre più scomodi di Washington) usavano per fare maggiore pressione contro Assad si trasformava in un mostro senza controllo che nessun raid aereo potrà mai sconfiggere del tutto.

Alcuni leader in Europa, tra cui Angela Merkel e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, riconoscono ormai che per mettere fine a questa interminabile carneficina bisogna includere nei colloqui di pace lo stesso presidente siriano. La discesa in campo della Russia, mossa soprattutto dall’interesse di salvare un governo amico nell’area dalla tempesta islamista pare rafforzare questa ipotesi.

Se l’Occidente vuole davvero favorire una transizione politica favorevole anche ai siriani democratici farebbe meglio ad aprire delle trattative che includano tutte le forze politiche. Scopo iniziale di questo accordo di unità nazionale sarebbe ovviamente quello di eliminare insieme la minaccia islamista per restituire ai siriani la piena sovranità sulla propria terra. Solo allora si potrà discutere anche di riforme e di un eventuale nuovo regime politico.

Continuare ad opporsi a prescindere al ruolo di Assad e a quello russo escluderebbe una parte fondamentale per stabilizzare questo quadro a dir poco disperato. Inoltre alla lunga se le forze russe-lealiste dovessero prevalere – e ciò non è detto – sugli islamisti il colpo di grazia all’opposizione “buona” sarebbe una pura formalità. E tutto questo massacro, da cui qualche cancelleria dietro la scrivania contava di portare a casa una vittoria della democrazia, diventerebbe per magia un lungo e tragico gioco privo di senso.

 

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