Mediterraneo – Il vicolo cieco degli immigrati

immigratiGli immigrati sono diventati una vera e propria ossessione nel nostro dibattito. Un po’ per l’insicurezza di questi tempi che induce molti italiani a non essere solidali con questa gente, soprattutto quando loro stessi hanno difficoltà per guadagnarsi da vivere e mantenere la propria famiglia.

Anche i mass media giocano la loro parte nello stimolare questa percezione, proponendo quasi ogni giorno immagini strazianti e degradanti di profughi accampati nelle varie città italiane, tra cui anche Milano e Roma. Spesso lo fanno senza sforzarsi di discutere seriamente il problema, perché non ne sono capaci o perché vogliono semplicemente sfruttare le passioni che l’argomento scatena per alzare gli ascolti. Chi ha davvero ragione? Chi vuole tenere lo braccia aperte o chi al contrario non vede l’ora di lanciare le ruspe alla carica?

Come sempre la risposta più sensata sta nel mezzo, anche se ciò non la rende più sostenibile dei due estremi appena citati. Da un lato infatti continuare ad accogliere queste ondate di migranti rischia di far esplodere le tensioni sociali tra i ceti più deboli a livelli simili a quanto visto nelle banlieue parigine o negli Stati Uniti, se non peggio.

Non è neppure realizzabile l’idea di ricacciare questa gente al luogo d’origine, non solo per un senso di umanità della società che uscirebbe profondamente indebolito da quest’atteggiamento, ma perché dietro quanto proposto in tal senso c’è tanto fumo, ma ben poca sostanza.

Innanzitutto non è ben chiaro dove queste persone possano essere rimandate, visto che molti dei paesi di origine versano in uno stato di abbandono o violenza tale che forse non esiste un interlocutore valido con cui organizzare un eventuale rimpatrio. Questa stessa ragione rende meno fattibile anche l’idea di stabilire dei campi profughi Onu in Libia, dove non c’è un governo che sia riconosciuto da tutta la popolazione e dove la prospettiva più ottimistica per loro è ingrossare le file dei jihadisti locali.

L’iniziativa inoltre ha buone probabilità di non vedere mai la luce per via delle attuali divisioni in seno alla comunità internazionale, che hanno impedito il raggiungimento di una soluzione in questo e altri scenari caotici nella regione. Una possibilità potrebbe aprirsi se un soggetto politico decidesse di affrontare davvero una sfida per lui decisiva almeno quanto la salvezza dell’eurozona.

Stiamo parlando ovviamente dell’Europa, il vicino più prossimo a questi contesti disastrati, specialmente i paesi arabi travolti dalle primavere arabe. Un’azione a livello europeo supplirebbe all’immobilismo delle Nazioni Unite o della NATO perché motivato da interessi più sentiti dalla parte, godendo anche del vantaggio della prossimità che renderebbe il suo intervento più efficace e tempestivo di qualsiasi altro accordo tra le grandi potenze.

Il problema è se l’Unione europea abbia davvero la volontà di muoversi o meno. In parte essa ha difficoltà a farlo perché non dispone di veri mezzi politici per farlo. Come si può fare allora per averli? Ciò dipende dai politici, gli unici che in Commissione europea o al Parlamento possono rafforzare quelli esistenti o crearne di nuovi. Eppure stentano a farlo nonostante l’emergenza, come mai? Forse perché ad alcuni di loro lo spettro del diverso conviene per mantenere rendite politiche? Forse perché ad altri, come emerso anche nell’inchiesta di Mafia Capitale, i flussi sono una redditizia fonte di guadagno? Queste sono le vere domande a cui dovremmo tentare di rispondere prima di trovare una soluzione. Evitare di farlo non farà che condurci all’ennesimo vicolo cieco.

 

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