Israele – Bibi e il trionfo degli antieroi

netanyahu electionsTra coloro che avevano deciso di schierarsi apertamente al suo fianco era arrivato persino Chuck Norris, una mossa che i seguaci di Nonciclopedia e dei Facts leggeranno come un intervento divino di cui Netanyahu aveva veramente bisogno.

Prima delle elezioni infatti contro il premier israeliano remava un sacco di gente: la comunità internazionale, gli (ex?) alleati americani e i sondaggi politici del giorno prima che alla prova dei fatti – qui ne sappiamo bene qualcosa – si sono rivelati un colossale abbaglio.

Alla fine il leader del Likud ha ottenuto la sua quarta vittoria elettorale, raddoppiando quasi i seggi alla Knesset e lasciando indietro i laburisti e la lista unica dei partiti arabi, questi ultimi la vera novità di un panorama politico che comunque si mantiene a destra. Nulla da fare dunque per Isaac Herzog, il principale avversario di ‘Bibi’ (soprannome con cui è conosciuto Netanyahu), dato per vincente dagli exit poll, ma del quale molti dubitavano per il suo carisma non proprio accattivante.

Non è solo questo tuttavia a spiegare il trionfo di Netanyahu, che nei giorni precedenti al voto si era speso in tutti i modi per guadagnare consensi: dal discorso al Congresso americano per mettere in guardia contro l’Iran all’esclusione che in un futuro possa essere costituito uno Stato palestinese.

Uno dei fattori che probabilmente lo hanno avvantaggiato più di tutti i messaggi elettorali aggressivi, quando non estremisti, è stata l’impressione di essere stato un politico coerente e pragmatico in una regione sempre più sconvolta dai lunghi anni di guerra e rivolta.

Non cedendo di un passo davanti le primavere arabe e anzi guardandole con scetticismo rispetto ad una comunità internazionale al contrario in preda all’entusiasmo, Netanyahu alla fine è sembrato più lungimirante di quei leader che hanno abbracciato frettolosamente il vento del cambiamento. Con alcuni di loro che hanno provato a giocare direttamente in campo finendo con le proprie manovre per seminare ancora più instabilità sui campi già minati del Medio Oriente e del Nord Africa.

La sua vittoria è la vittoria di chi non ha mai creduto nella genuinità delle rivoluzioni del 2011, un’opinione che non è del tutto priva di fondamento visti gli sviluppi di alcuni contesti come quello egiziano che ha visto i militari uscire dalla porta e rientrare dalla finestra. Per non parlare della Siria, dove gli Stati Uniti che poco più di un anno fa minacciavano di licenziare Assad con la forza starebbero addirittura considerando l’idea di negoziare con lui. La Libia poi è il non plus ultra del pasticcio all’occidentale.

D’altro canto la visione di Netanyahu nasconde anche molte insidie sulla risoluzione di queste criticità. Il suo atteggiamento pessimista sul futuro della regione sarà stato anche più realista di molti ideologi a lui avversi, ma alimenta nello stesso tempo delle tensioni che nelle disastrate società arabe troverebbe un’ampia cassa di risonanza e aggraverebbe il rischio terrorismo, se non quello di una guerra aperta tra i principali rivali dell’area.

La riuscita di ogni progresso o grande svolta è figlia tanto degli uomini visionari che di quelli realisti. Affidarsi esclusivamente all’una o all’altra categoria non ha mai portato molto lontano.

 

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