Cuba – Il lungo disgelo

Disgelo Cuba - Usa, Obama riallaccia i rapporti con Cuba“Todos somos americanos”. Questa frase detta ieri da Obama rievoca parole dette più di cinquant’anni da John Fitzgerald Kennedy a Berlino: quell’“Ich bin ein berliner” che evocava in modo così efficace la vicinanza tra due popoli a dispetto delle differenze.

Il destino volle che Kennedy fosse anche lo stesso presidente con cui la rottura tra gli Stati Uniti e Cuba raggiunse uno dei suoi punti più bassi, specialmente con la fallita invasione della baia dei Porci. Un evento avvenuto a ridosso della nascita dell’attuale presidente americano, come Obama ci tiene a sottolineare per marcare la lunga quanto insensata durata di questa divisione. Che sia giunto davvero il momento di spazzare via una delle ultime eredità della guerra fredda?

Di segnali in questo senso ce n’erano già stati molti. Se il più visibile di essi è stata la storica stretta di mano tra Obama e il presidente cubano Raul Castro ai funerali di Nelson Mandela lo scorso anno, il riavvicinamento sembra essere la conseguenza più naturale dei cambiamenti che hanno interessato le Americhe negli ultimi cinque o sei anni.

In questo periodo infatti la svolta sebbene fosse auspicata non era ancora una prospettiva realistica sui due lati della barricata. Allora gli Stati Uniti erano impegnati appieno nel disengagement in Medio Oriente e sembravano aver dimenticato il cosiddetto “cortile”, tutto a vantaggio dei competitors latinoamericani. Uno di questi era il Venezuela dell’antiamericanissimo Hugo Chavez, che con la sua Alleanza bolivariana per le Americhe (ALBA) aveva legato saldamente a sé vari paesi del continente, tra cui Cuba che stava attraversando proprio allora il passaggio di consegne da Fidel al fratello Raul.

Poi numerose svolte cambiano profondamente il quadro internazionale, specialmente per Cuba. La morte di Chavez e l’inarrestabile disfacimento dell’economia venezuelana, da cui il regime castrista dipende per la propria sopravvivenza spingono il presidente Raul ad accelerare l’implementazione delle riforme economiche che aveva promesso al momento della sua ascesa. Molti settori vengono liberalizzati come il mercato o i viaggi e s’intensifica la partecipazione dell’isola a molti vertici internazionali a cui partecipano anche gli Stati Uniti, come il vertice dello scorso ottobre contro l’ebola.

Il nuovo atteggiamento dell’Avana incontra il favore di Washington, ansioso di mettere fine ad un embargo che è servito solo a danneggiare entrambi – “i comunisti sono ancora al potere” l’impietosa osservazione di Obama sul fine originario del blocco – e di lasciare un segno importante in una politica estera altrimenti tempestata da pasticci e fallimenti più o meno gravi.

Se quanto annunciato da Obama dovesse avverarsi presto sull’isola dovrebbe riaprire l’ambasciata americana, gli spostamenti dovrebbero essere più semplici e l’embargo verrebbe progressivamente ridotto, facilitando così gli scambi commerciali nell’area grazie anche alle modifiche legislative che Castro si è impegnato a promuovere.

Tra gli elementi che avrebbero aperto la strada all’avvicinamento ci sarebbe lo scambio dell’imprenditore americano Alan Gross detenuto dal 2009 a Cuba con alcuni prigionieri politici cubani. Altro sponsor dell’accordo sarebbe stato papa Francesco, mediatore d’eccezione essendo lui argentino di nascita e rappresentante di un universo come quello dell’America Latina che chiede al grande vicino settentrionale di essere trattato alla pari. Il timore di molti cubani e sudamericani è infatti che la riapertura delle relazioni tra America e Cuba preluda ad una “ricolonizzazione” dell’isola come fu ai tempi della seconda dittatura di Fulgencio Batista (1952-1959).

È anche vero che il contesto rispetto ad allora è radicalmente cambiato. Più che preoccuparsi di questi scenari dal sapore nostalgico bisognerebbe farlo sulla buona volontà dei due attori. Riuscirà un Obama che il mid-term ha ormai accompagnato sulla via del tramonto a dare concretezza (fine dell’embargo) al grande annuncio? E Cuba sarà capace di tenere sotto controllo la sua delicata transizione senza i gravi strascichi che stanno avvenendo ad esempio in Venezuela, se non peggio?

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