Russia – Giochi col gas

Russia’s Prime Minister Vladimir Putin sDopo sette anni dal suo annuncio il gasdotto South Stream che avrebbe dovuto rifornire l’Europa meridionale di gas russo, aggirando la sempre più “insidiosa” Ucraina, è stato definitivamente accantonato. A mettere la parola fine è stato lo stesso presidente Vladimir Putin, che durante una visita in Turchia ha commentato lapidario “se Bruxelles non lo vuole […] non sarà sviluppato”.

La mossa non giunge così inaspettata vista la crescente rivalità tra la Russia e l’Unione Europea per gli eventi ucraini di quest’anno, ma la fine del progetto ha comunque delle conseguenze economiche non da poco, visto che va a tagliare fuori molti importanti clienti per Mosca, Italia compresa.

Questa decisione di chiudere con il South Stream sarebbe stata scatenata dal rifiuto della Bulgaria di far passare l’oleodotto sul suo territorio, una ritorsione neanche troppo velata dell’Europa per quanto successo in Ucraina. A questo punto ci si sarebbe aspettati che la Russia avrebbe ingaggiato una lunga battaglia per sbloccare le cose e invece ha gettato subito la spugna. Perché?

Vi sono almeno un paio di ragioni. La prima è che a schivare i territori di Kiev ci pensa già il North Stream sul Baltico che arriva nel nord della Germania. L’altra si ricollega all’idea che Mosca volti lentamente le spalle al vecchio continente per guardare più all’Asia. Qui non ci sono soltanto le vecchie repubbliche sorelle come il Kazakhistan con cui il Cremlino spera di convolare nuovamente a nozze in qualche futura unione economico-politica, ma un mercato tutto da scoprire.

Innanzitutto c’è la Cina, con la quale è stata conclusa una lunga trattativa per la vendita di gas che Beijing ha siglato proprio nella fase più acuta durante la crisi ucraina per ottenere le condizioni più vantaggiose possibili. Ora ci si mette anche il Giappone a proporre alla Russia di costruire un gasdotto che colleghi le sue propaggini più orientali con l’isola settentrionale di Hokkaido ed eventualmente la capitale Tokyo.

Già questi due mercati di loro potrebbero supplire buona parte delle perdite che la mancata realizzazione del South Stream potrebbe comportare. Inoltre il defunto progetto avrebbe un potenziale sostituto con il paese dal quale Putin ne ha pronunciato la condanna a morte, ossia la Turchia, un altro paese ai ferri corti con l’Ue.

Mosca e Ankara avrebbero infatti in cantiere un nuovo gasdotto dalla capacità almeno tre volte superiore all’esistente Blue Stream che li collega (63 miliardi di metri cubi contro gli attuali 16). Se il gasdotto dovesse diventare realtà ciò rafforzerebbe la posizione di entrambi i paesi: la Russia che disporrebbe così di un collegamento alternativo ai Balcani e la Turchia che consoliderebbe la sua posizione di hub energetico avviata con l’esistente oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan e il futuro TANAP con l’Azerbaijan.

Sussistono comunque delle incognite su questi piani di riassetto strategico. Il primo riguarda il tempo e le risorse necessarie a trasformare i sogni di gloria in realtà, specialmente in tempi dove il crollo dei prezzi degli idrocarburi (dovuto anche alla recente scelta dell’OPEC di non tagliare la produzione di petrolio) non favorisce a lungo termine l’economia russa, che sta subendo peraltro un importante crollo del valore del rublo.

La Russia ostenta però ottimismo e sostiene di avere abbastanza riserve auree per reggere a lungo. Un altro problema di cui avevamo già accennato in passato è il rischio che la ritrovata volontà di potenza di Mosca finisca col cozzare contro gli interessi cinesi, la carta di riserva che ha giocato in caso di perdita del mercato europeo.

Sebbene vogliano anche loro ridefinire l’ordine mondiale i pragmatici mandarini non nutrono lo stesso ardore dei loro amici (ma anche no, in fondo) russi di cozzare contro l’Occidente, essendo questo uno dei principali mercati di Beijing. Nel caso migliore i cinesi potrebbero spingere la Russia verso più miti consigli per non destabilizzare troppo gli equilibri mondiali, mentre nel caso peggiore sfrutterebbero questa ‘dipendenza’ per subordinarla alle proprie politiche, vanificando a lungo andare le speranze di Mosca di tornare ad essere tra i grandi che contano per davvero.

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