Iran – L’eterna trattativa

Iran WienAlla fine invece di collezionare l’ennesima figuraccia sulla questione iraniana le grandi potenze hanno preferito temporeggiare. Pochi giorni fa scadeva infatti il termine ultimo per raggiungere un accordo a Vienna sul nucleare iraniano, una trattativa che si sta portando avanti da almeno un decennio con risultati quasi mai brillanti.

Con l’avvento del governo del moderato Hassan Rohani si era diffusa la speranza che la fine della trentennale ostilità tra Teheran e gli Stati Uniti fosse a portata di mano. Salvo poi ricredersi quando l’ultima fase di negoziati cominciata lo scorso autunno è stata rimandata più volte, frustrando l’ottimismo iniziale. Il momento della verità adesso dovrebbe giungere tra il prossimo marzo e luglio, sempre che questa sia veramente la volta buona.

Di nuovo i nodi della discordia sono stati essenzialmente due. Il primo è determinare quale sia la soglia massima accettabile (circa il 20% secondo la maggior parte dei negoziatori) per lasciar proseguire il programma nucleare iraniano per scopi esclusivamente civili. Il secondo è invece la fine delle sanzioni a cui è sottoposta da anni l’economia della Repubblica Islamica, da cui vorrebbe liberarsi immediatamente, mentre le controparti occidentali preferirebbero farlo un poco alla volta.

Per quanto riguarda il primo punto l’Iran sarebbe anche disposto ad accettare il tetto richiesto. Non tutti però si fidano delle intenzioni di Teheran, tra cui Israele ed Arabia Saudita, che sono stati accusati dalla vicepresidente iraniana Masoumeh Ebtekar di “fare pressione” per complicare la riuscita dei negoziati.

Nonostante queste ed altre reciproche diffidenze, all’indomani dell’ennesimo rinvio il sentimento prevalente sembra essere quello di fiducia. Il segretario di Stato John Kerry ad esempio ha parlato di trattative difficili, ma pure di “progressi” e “nuovi spunti”. Anche fonti ufficiali del governo iraniano hanno menzionato il “clima positivo” che si sta creando a Vienna.

Se guardiamo alla sostanza però la situazione è meno rosea di quello che si vuole raccontare. Certo il seguito delle trattative non è di suo un fatto negativo, ma nemmeno positivo perché significa che di ostacoli ce ne sono ancora molti. E il trascorrere del tempo non lavora certo a favore dei due principali rivali, Iran e Stati Uniti, in particolare questi ultimi dopo la sonora sconfitta dell’establishment democratico nelle ultime elezioni di mid-term.

All’anatra zoppa che risponde al nome di Barack Obama sarà sempre più difficile convincere le Camere saldamente in mano ai repubblicani di aprire all’Iran una porta che questi ultimi vorrebbero al contrario tenere ben sigillata. Proprio di recente è caduto uno dei maggiori fautori di un accordo con l’Iran, ossia il segretario alla Difesa Chuck Hagel. Secondo il Wall Street Journal Hagel avrebbe infatti nutrito forti discordanze con il presidente, giudicando la sua condotta nelle crisi ucraina e siriana fin troppo morbida.

Una simile confusione nella superpotenza americana rischia di compromettere il raggiungimento di un accordo o come minimo di rallentare i negoziati fino a svuotarli di significato. Senza un’intesa tra Washington e Teheran ogni altro tipo di risultato produrrebbe degli effetti limitati e insignificanti. Ciò forse farà la gioia di qualche media potenza che con il suo miope egoismo ha forse destabilizzato molto più il Medio Oriente dello spauracchio nucleare iraniano.

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