Cina – Un incerto braccio di ferro

rivolta hong kongDopo una settimana di proteste e scontri violenti tra manifestanti e la polizia (più si dice qualche infiltrato delle triadi e simpatizzanti progovernativi) le piazze e le strade di Hong Kong si apprestano a tornare lentamente alla normalità.

Ho consapevolmente aspettato di trattare l’argomento in parte perché lo avevo già affrontato tempo fa, quando il malcontento era ancora in gestazione, in parte per non farmi coinvolgere dal facile entusiasmo dei media per una rivolta che i più ingenui ottimisti si auguravano potesse arrivare fino a Tian’anmen. O peggio replicare nel Porto Profumato lo stesso massacro del 1989.

Una riedizione della feroce repressione di venticinque anni fa tuttavia non era da dare così per scontato. Rispetto ad allora la Cina di oggi ha su di sé molti più riflettori e non può permettersi di macchiare la propria reputazione internazionale schiacciando le proteste con mitragliatrici e carri armati. Per di più con l’apertura del vertice Asia-Pacifico che sarà ospitato proprio a Beijing (Pechino).

In questo senso il tavolo che si è appena aperto tra rappresentanti democratici e i funzionari del governo costituisce un salto di qualità e sicuramente una buona notizia per chi temeva una reazione violenta. Ma il buon esito non conclude affatto la disputa.

L’opinione dei manifestanti al riguardo infatti non è delle più incoraggianti. Il ‘popolo degli ombrelli’ è convinto che alla fine le autorità comuniste non faranno troppe concessioni sulle prossime elezioni del 2017, dove vogliono imporre a tutti i costi dei candidati fedeli alla linea del Partito Comunista.

In tal caso la protesta promette di ricominciare immediatamente e di alzare il livello dello scontro, mettendo così ancora più a dura prova la pazienza dell’apparentemente imperturbabile Xi Jinping. Il quale forse ha deciso di aprire per mettere alla prova la tenuta dei contestatori, sperando che l’entusiasmo si smorzi prima che sia costretto a metterci la mano pesante.

Accogliere le loro istanze, sapientemente oscurate dai media nazionali con le celebrazioni della fondazione della Repubblica Popolare, sarebbe per lui ad ogni modo inaccettabile per almeno un paio di ragioni. La prima è ovviamente ideologica e riguarda l’incompatibilità tra i valori propugnati dal movimento di Hong Kong e il sistema continentale, con buona pace del motto “Un paese, due sistemi”.

L’altra è più squisitamente politica, poiché accettare le istanze dell’isola significherebbe fare un passo indietro nell’opera di ricompattamento interno in cui rientra anche la lotta ai funzionari ‘corrotti’.

Con queste premesse la trattativa appena aperta si annuncia fin da subito come un dialogo tra sordi. Se tra i manifestanti dovesse vincere la disillusione quanto avvenuto in questi giorni finirà per non avere più senso. Se al contrario dovessero riscendere in piazza ancora più arrabbiati lo scontro arriverà al suo punto cruciale e a quel punto potrebbe veramente succedere di tutto.

 

 

 

 

 

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