Iran – Corteggiamenti nell’ombra

Rohani Cameron“L’offensiva potrebbe durare anni” è stato il commento del generale americano William Mayville sull’intervento dei volenterosi contro lo Stato Islamico (IS), dove si è assistito all’entrata in azione di peso della Francia. Che proprio ieri ha pagato il suo primo tributo di sangue con la decapitazione in Algeria di Hervé Pierre Gourdel, un turista transalpino catturato in Nord Africa da un gruppo jihadista vicino ai guerriglieri del califfato.

Che la natura delle operazioni convinca o meno – dei raid aerei difficilmente riusciranno a cancellare un’entità molto più strutturata dei terroristi tradizionali – c’è un altro elemento che va sondato, ovvero il coinvolgimento di tutte le potenze regionali nella risoluzione della crisi. E tra questi c’è anche l’Iran con il quale l’Occidente, nonostante l’ostilità di facciata, sta intessendo di nascosto un dialogo sempre più serrato.

Ad un anno dall’ascesa del nuovo presidente Hassan Rohani lo stato delle relazioni tra Teheran e la comunità internazionale ha assistito ad un alternarsi di progressi e freni che mantengono l’Iran in uno stato di limbo abbastanza controproducente per l’attuale crisi mediorientale.

Questo perché i maggiori attori in gioco hanno tutti dei motivi che limitano la loro capacità d’intervento per affrontare in modo decisivo i problemi, rischiando in alcuni casi addirittura di aggravare la situazione.

Con un’America riluttante ad impegnarsi di nuovo a fondo nella regione e un’Europa in deficit strategico e di risorse non è infatti una buona idea lasciare il campo esclusivamente alle petromonarchie, che hanno prima finanziato questi gruppi per ridimensionare l’influenza iraniana in Siria e Iraq, col risultato di generare un mostro impazzito che se dovesse crescere ancora potrebbe ambire a puntare direttamente ai luoghi santi dell’Islam (Medina e la Mecca), attualmente in possesso della stessa casa regnante saudita.

Ridistribuire una parte della responsabilità di affrontare la crisi all’Iran farebbe entrare in gioco un soggetto forte che si sente minacciato dall’odio dei radicali sunniti dell’IS nei suoi confronti. Come ha già dimostrato nel contributo che le milizie filoiraniane hanno dato nella riconquista di alcune città nel Kurdistan iracheno.

Ovviamente aprire le porte a Teheran significa dover tenere conto anche dei suoi interessi regionali, che nel gioco delle potenze di per sé non è un male, ma anzi servirebbe a mitigare certi tatticismi ambigui di Riyad che finora non hanno causato che danni.

Forse se ne rendono conto anche alla Casa Bianca e a Londra, che da tempo vorrebbero emanciparsi dai ricatti degli sceicchi (lo shale gas ha fatto miracoli nelle teste di Washington), ma non hanno ancora il coraggio di fare il grande passo, o quasi.

Anche se entrambe le parti negano ufficialmente di voler combattere insieme nella coalizione anti-IS, i contatti come già detto non mancano. Proprio oggi a New York si sono incontrati il presidente Rohani e il premier britannico David Cameron, il quale ha detto che bisogna “dare una possibilità all’Iran di dare il suo contributo”. E ieri il segretario di Stato americano John Kerry avrebbe avvertito il suo omologo iraniano Javad Zarif degli imminenti raid in Siria, un gesto di rispetto diplomatico in quanto si andava a colpire uno stato alleato di Teheran.

Non è detto tuttavia che se si farà entrare a pieno titolo l’Iran nella gestione dell’inferno mesopotamico ci si potrà illudere di conservare l’integrità territoriale di Iraq e Siria. Alcuni solchi scavati sono già molto profondi, come quello del Kurdistan iracheno e la stessa cosa potrebbe valere per una Siria che sta quasi dimenticando cosa significhi la normalità. Si potranno evitare ulteriori frammentazioni, ma non che suonino le campane a morto per Sykes-Picot.

 

 

 

 

 

 

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