Siria – La diplomazia alla frutta

IMG_0523Dall’annunciata ritirata dall’Iraq alla nuova coalizione dei volenterosi. La parabola mediorientale di Barack Obama somiglia ad un pendolo che dopo essersi allontanato dal ginepraio iracheno si vede costretto a ritornarci e rischia di essere catturato anche da nuovi buchi neri, come quello siriano. Proprio in questa regione il presidente americano ha annunciato ieri un nuovo impegno del suo paese al fine di schiacciare i guerriglieri dell’ISIS, che con il loro califfato e gli orrori pubblicizzati ovunque minacciano gli equilibri locali e anche quelli globali.
Ancora una volta la Casa Bianca ha tenuto a precisare che non si combatterà una nuova guerra – la crisi economica non va tanto d’accordo con gli avventurismi di Bush jr. – e che le operazioni militari faranno uso prevalentemente di raid aerei e obiettivi mirati. Malgrado i recenti successi nel nord dell’Iraq, le probabilità che questa ‘chirurgia militare’ non basti a cancellare del tutto la minaccia jihadista sono alte, senza contare che la timida quanto ambigua posizione Usa potrebbe destabilizzare ulteriormente la stabilità dell’area.

Il discorso di Obama ha trovato una calorosa accoglienza del mondo arabo, specialmente l’Arabia Saudita, che assieme ai suoi alleati (petromonarchie sorelle e giunte militari sul Nilo) si dicono pronti a sradicare un nemico che essi stessi hanno contribuito a fomentare quando i giochi di potenza vedevano la partecipazione di giocatori molto diversi da quelli di oggi.
La volontà dell’America di ridurre al minimo il coinvolgimento militare diretto significa dunque che questi paesi grazie all’aiuto di Washington vedranno rafforzarsi il loro potenziale militare per rispondere meglio al compito che dovranno affrontare in prima persona.
In caso di fallimento ciò diffonderebbe degli armamenti decisamente più distruttivi con il rischio che i terroristi di questi giorni siano degli leoni sdentati in confronto a quelli futuri. In caso di vittoria questo lascerebbe gli attori in questione con una forza che si spera sappiano gestire responsabilmente e non per regolare qualche conto in sospeso, specialmente se un eventuale avvicinamento tra USA e Iran dovesse arrivare alle estreme conseguenze, ossia ribaltando le alleanze di chi si sentirebbe ‘tradito’ dall’America, tra cui gli arcinemici sauditi di Teheran.
Un altro aspetto che suscita qualche perplessità è quello relativo ai raid aerei, che se in Iraq sono accolti a braccia aperte dal cagionevole governo di Baghdad – ci sono buone probabilità che si vedrà amputato del Kurdistan ad emergenza finita – hanno implicazioni di tutt’altro tipo in Siria. Qui il governo americano ha sempre negato di voler unire le forze con il presidente Bashar al-Assad, anche lui in guerra con i jihadisti, ma piuttosto di continuare a sostenere i ribelli ‘democratici’.
Purtroppo quest’ultima fazione sembra essere diventato il cavallo perdente dell’interminabile guerra civile siriana, ma il problema è anche un altro. La Russia ha infatti criticato immediatamente i piani statunitensi, spiegando che bombardare il territorio siriano senza l’esplicito consenso del suo governo legittimo sarebbe una “violazione del diritto internazionale”.
Qualunque cosa si pensi su quanto sta accadendo in Ucraina e sulle mosse ugualmente oscure di Mosca da quelle parti, l’affermazione non è del tutto priva di fondamento. L’intervento militare di una potenza straniera su uno spazio de jure sotto la sovranità di qualcuno che per quanto sanguinario possa essere non è stato minimamente consultato non fa che accrescere la sensazione che il diritto internazionale non serva più a nulla per risolvere le crisi in corso.
Di nuovo la rivalità di potenza prevale su una seria concertazione tra di loro, che è poi l’unico modo per trovare una soluzione che sia la più equilibrata e duratura possibile. Muovendosi in ordine sparso e con criteri sempre più divergenti i principali attori mondiali potranno trovare al massimo degli espedienti tattici, che senza la dovuta attenzione potrebbero scatenare delle conseguenze molto più gravi delle difficoltà superate in passato.

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