Africa – Obama sogna la riscossa

20140806-164839-60519840.jpg50 leader africani, 14 miliardi di investimenti e tante belle speranze. Questi i dati del più grande vertice tra Stati Uniti e il continente africano che si è mai avuto nella storia dei rapporti tra due realtà lontane non soltanto dal punto di vista geografico.
Troppe le differenze a livello economico, sociale e culturali che l’America ha spesso trascurato per concentrarsi, sulla scia di altri paesi occidentali, a garantirsi l’approvvigionamento di risorse o esclusivamente i suoi interessi.
Adesso che si fa largo la consapevolezza che l’Africa potrebbe diventare il grande mercato di domani, ma anche un luogo cruciale per la sicurezza mondiale, un presidente americano di origini keniote (Barack Obama) cerca di rimediare agli errori del passato invitando decine di capi di Stato per aprire una nuova fase. Basterà alzare un calice alla Casa Bianca e qualche stretta di mano per recuperare il terreno perduto?

“Creare lavoro in Africa darà sicurezza anche ai lavoratori in America” è stato uno dei ritornelli di Obama per descrivere il senso di questo grande summit Usa-Africa. Ciò significa che se cresce l’Africa si possono aprire opportunità anche per le aziende statunitensi. Tra gli investitori interessati nella nuova scommessa di Obama c’è ad esempio General Motors, che vuole destinare 2 miliardi di dollari per sviluppare competenze professionali e infrastrutture in modo simile a concorrenti molto più consolidati, come ad esempio la Cina.
È proprio per controbilanciare la crescente influenza di Beijing (Pechino) – il cui scambio con l’Africa si aggira sui 200 miliardi di dollari, quasi tre volte la controparte a stelle e strisce – che Obama ha deciso di ridefinire il modo di avvicinarsi ad essa. Non più come una potenza rapace, ma come un vero partner commerciale che vuole favorire lo sviluppo reciproco. Da un lato questo potrebbe aprire nuovi margini agli Stati Uniti, anche se la cattiva fama di organismi a guida Usa come l’FMI o la Banca Mondiale potrebbero far diffidare qualche leader africano sulla loro generosità. A questo riguardo bisogna capire che ruolo potrebbe giocare la nuova Banca dei BRICS, meno esigente in termini di costi politici e sociali per i creditori.
Comunque vadano le cose di certo l’America non sarà disposta a rinunciare a consolidare i suoi rapporti africani e ciò per ragioni che vanno ben oltre i semplici affari. È ormai risaputo della profonda instabilità in cui versa buona parte di quest’area per i ripetuti conflitti ed estremismi che minacciano di trasformare la parte settentrionale dell’Africa e il vicino Medio Oriente in un luogo completamente fuori controllo che potrebbe minacciare la stabilità della stessa Europa e non solo. A tutto ciò si è aggiunta da alcuni mesi anche l’emergenza Ebola, che ha causato fino ad oggi quasi 900 morti nei focolai in Guinea, Sierra Leone e Liberia e sta iniziando a manifestare dei casi anche in paesi molto più distanti.
La risoluzione di questi problemi deve passare necessariamente per un sviluppo economico e sociale più equo che l’attenzione più forte dell’America su questi temi potrebbe garantire meglio della Cina, la quale investe senza curarsi troppo dei ‘dettagli’ politici. Il problema è che per riuscirci veramente gli Stati Uniti dovranno avere il coraggio di sporcarsi le mani, nel senso di affrontare di petto anche le questioni più scomode per loro o i loro alleati. Ne saranno capaci? Il timido viaggio a maggio del segretario di Stato Kerry in paesi relativamente sicuri e il furgone dalla Libia non si direbbero dei segnali proprio incoraggianti.

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