Cina – Duello tra ombre rosse

20140715-173143-63103731.jpgPiù di 300 persone appartenenti al mondo della politica o dell’imprenditoria sotto indagine e un tesoro immenso di 90 miliardi di yuan (circa 14 miliardi di dollari) messo sotto sequestro dalle autorità. Questi numeri impressionanti descrivono quello che si candida tranquillamente ad essere il più grande scandalo di corruzione nella storia della Cina comunista, ma anche un terremoto politico di proporzioni mai viste.
A prima vista l’evento risponderebbe alla lotta anticorruzione promessa dal nuovo presidente cinese Xi Jinping per ridare dignità ad un partito che dopo sessant’anni di regno ininterrotto sta diventando sempre meno attraente per le masse. Ma guardando a fondo si possono intravedere dei retroscena molto più interessanti, a cominciare dal protagonista il cui nome non viene mai fatto ufficialmente: Zhou Yongkang.

Per chi non lo sapesse Zhou Yongkang è una sorta di Berlusconi cinese, che con il passare degli anni ha costruito un impero che spazia dall’economia alla politica. La sua carriera è iniziata come ingegnere nell’industria petrolifera per diventare negli anni Novanta la guida della più importante azienda statale del settore, la China National Petroleum Corporation (CNPC), in cui mantiene ancora oggi una forte influenza.
Verso il nuovo millennio comincia invece a fare i suoi primi passi nella politica, entrando prima da deputato e ricevendo presto delle importanti promozioni come la nomina a Segretario del Partito nella popolosa regione centrale del Sichuan. Ma dove Zhou si fa notare di più è con l’incarico di Ministro di Pubblica Sicurezza (2002-2007), le cui riforme degli obsoleti apparati d’intelligence gli sono valsi l’ingresso alla fine del mandato nel Comitato Permanente del Poliburo, la più potente cerchia politica del paese. L’essere al fianco di un gruppo che comprende il presidente e il primo ministro è senza dubbio il coronamento di un’ascesa tanto rapida ma non altrettanto irresistibile.
Ad un certo punto infatti la fortuna sembra voltare le spalle a Zhou. Succede nel 2012, quando uno dei suoi protegé, il segretario del partito di Chongqing, Bo Xilai è caduto in disgrazia a causa di uno scandalo che metteva in mezzo corruzione, abuso di potere e persino una torbida storia di omicidio che coinvolgeva sua moglie e un imprenditore britannico. Prima di questo terremoto – alcuni pensano sia stato costruito ad arte per consentire a Xi Jinping di arrivare alla presidenza senza fastidiosi rivali nell’imminente XVIII Congresso del Partito ad ottobre – Zhou era stato uno degli sponsor principali di Bo e si dice che lo avesse addirittura suggerito come suo successore ai vertici della sicurezza.
Dopo l’uscita di scena di Bo Xilai quella proposta deve essere suonata come una provocazione per il trionfante Xi Jinping, il quale deve essere rimasto parecchio guardingo anche nei confronti di Zhou, un uomo con troppo potere nell’intelligence (chissà quanti scheletri nell’armadio altrui a sua disposizione…) per essere lasciato agire indisturbato. E con una tempistica che può apparire perlomeno sospetta, poco dopo lo scandalo Bo Xilai sono cominciate a cadere altre teste considerate vicine al re del petrolio cinese.
La scorsa estate ad esempio due tra i suoi più stretti collaboratori alla CNPC, Jiang Jiemin e Wang Yongchun, sono stati messi sotto indagine con l’accusa di aver raccolto tangenti. A dicembre è toccato invece al figlio di Zhou, Zhou Bin, arrestato per presunti affari illeciti sempre nel settore petrolifero. In seguito è toccato ad un ex viceministro della sicurezza, Li Dongsheng, accusato anche lui di corruzione, anzi di “gravi violazioni disciplinari” secondo il linguaggio ufficiale.
I nomi sopracitati sono soltanto quello più eccellenti di una schiera di alleati di Zhou finiti nel mirino della giustizia del potere centrale che, come succede spesso in questo paese, fa perdere letteralmente le tracce degli imputati per il tempo che ritiene necessario alle sue indagini. Ciò è accaduto anche allo stesso Zhou Yongkang, di cui non si sa più molto dalla sua ultima apparizione in ottobre all’Università del petrolio cinese di Beijing (Pechino), dove si è laureato quando in Cina bruciavano ancora i focolai della Rivoluzione Culturale.
Qualcuno vocifera che si trovi rinchiuso in un luogo non meglio precisato della Mongolia Interna, ma il mistero probabilmente sarà risolto soltanto quando il governo si deciderà di fare un annuncio ufficiale sul suo destino. Sicuramente non farà la fine drammatica di gerarchi decaduti come Jang Song-thaek, zio del dittatore nordcoreano Kim Jong-un, che lo ha fatto giustiziare per sbarazzarsi di un potenziale concorrente politico.
Il fatto più curioso è che nonostante tutti gli indizi emersi finora puntino contro di lui, nessuno sta muovendo alcuna accusa direttamente contro Zhou Yongkang. Questo lascia il dubbio se Xi Jinping alla fine sarà veramente intenzionato a processarlo o si accontenterà semplicemente di fare terra bruciata attorno a lui, sempre che questo basti poi a cancellare del tutto un’influenza così radicata come lo era quella di Zhou.
Portare un ex membro del Comitato Permanente del Politburo davanti ad un tribunale d’altra parte potrebbe rivelarsi un precedente molto rischioso per la stabilità del Partito: gli altri membri potrebbero guardare con ostilità ad un presidente (non privo neppure lui di un personale impero, come non lo era l’ex primo ministro Wen Jiabao) che sta incrinando i privilegi acquisiti. Esiste pure il rischio che la gente, vedendo un membro politico di primo livello finire sotto inchiesta, invece di applaudire alla pulizia interna si disilluda ad un livello ancora più profondo sulla qualità dei suoi governanti. Malgrado queste prime grandi vittorie, la guerra di Xi contro i ‘corrotti’ avrà un’esito tutt’altro che scontato.

Foto Kyodo

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