Indonesia – Giganti in cerca di una rotta

20140709-180633-65193933.jpgUrne paracadutate dagli elicotteri nei villaggi o consegnate dai motoscafi per centinaia di isole, non dimenticando quelle che sono state trasportate a dorso di cavallo tra i sentieri montuosi più impervi. C’è da farsi venire il mal di testa vedendo come funziona la terza (probabilmente la più complessa a livello logistico) democrazia del mondo: l’Indonesia.
Il paese-arcipelago – 17.000 le isole che lo compongono – questa settimana ha chiamato al voto più di cento milioni di elettori per eleggere il suo nuovo presidente. La sfida vede confrontarsi il governatore di Giacarta Joko Widodo e l’ex militare Prabowo Subianto, due uomini che nella giovane democrazia indonesiana hanno polarizzato il paese come non mai. Ciò perché sono l’incarnazione di valori molto diversi tra loro che potrebbero determinare non solo il futuro politico dell’Indonesia, ma quello dell’assetto regionale.

Negli ultimi anni è diventato sempre più difficile ignorare un attore emergente come l’Indonesia, la cui economia con un tasso di crescita del 5-6% annuale gli ha fatto raggiungere il 1º posto nel sud-est asiatico e il 15º in quello mondiale, tanto da essere entrato stabilmente nel (ancora troppo sottovalutato) club del G20. Grazie a questi numeri Giacarta gode di buona salute anche dal punto di vista finanziario, dove le principali agenzie di rating la classificano a livello B, ma con un outlook stabile o persino positivo.
Tutto questo non sarebbe forse stato possibile, non a questi livelli almeno, se non avesse avuto termine la lunga dittatura di Suharto, generale anticomunista che con l’appoggio statunitense governò l’Indonesia in modo autoritario sino alla fine del secolo scorso. Da allora nel paese si sono succeduti quattro presidenti, segno di un alternanza politica ormai consolidata che sta dando l’ennesima prova nel confronto attuale tra Widodo e Subianto.
Da un lato l’ex governatore di Giacarta è espressione di un mondo cosmopolita e multietnico che ha iniziato da poco ad avere consapevolezza di sé e delle proprie potenzialità, motivo per il quale i suoi avversari lo accusano di essere poco esperto come futuro presidente. Dall’altra parte l’ufficiale Subianto è visto molto più carismatico e navigato, sebbene il suo essere genero del defunto dittatore Suharto e un presunto coinvolgimento in atti di repressione politica agli ordini del potente suocero evocano un passato che si vorrebbe archiviato definitivamente. Nonostante le ombre che gravano su Subianto la fetta di società fedele alla casta militare e al mondo rurale che lo sostiene è meno minoritaria di quel che sembra e per questo la corsa tra lui e Widodo resta aperta fino all’ultimo spoglio.
Dall’esito del voto dipenderà dunque il volto che l’Indonesia vorrà avere nei prossimi anni, specialmente riguardo alle minoranze che temono un irrigidimento nei loro confronti nel caso dovesse vincere Subianto. Questo perché tra le forze che lo sostengono ci sarebbero dei movimenti islamici che avrebbero condizionato in senso intollerante il programma del Partito Gerindra di cui Subianto fa parte, dove si annuncia l’intenzione di mettere al bando le religioni “illecite” che vanno contro il “senso comune”. L’adozione a livello statale di un simile atteggiamento potrebbe moltiplicare le già numerose aggressioni (oltre 220 nel solo 2013) contro le comunità minoritarie come cristiani e sciiti, che insieme superano a malapena il 10% totale della popolazione.
Sebbene il problema sia relativamente contenuto, esso richiama alla mente quello molto più grave che coinvolge dei paesi vicini come il Myanmar, impegnato peraltro in una delicatissima quanto incerta transizione democratica. Un tema quest’ultimo che fa discutere anche in Thailandia, dove il recente colpo di stato contro il governo dell’ex premier Yingluck Shinawatra sta mettendo in forte dubbio la sopravvivenza della democrazia da quelle parti.
Da questo punto di vista l’Indonesia potrebbe giocare un ruolo importantissimo nel favorire o invertire l’evoluzione liberale in questi due paesi e non solo. In virtù delle sue caratteristiche economiche e demografiche Giacarta ha infatti tutte le carte per giocare un ruolo da guida nell’ambito dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico, meglio conosciuta come ASEAN, che raccoglie tutti i paesi dell’omonima regione.
Il blocco finora è servito principalmente a favorire la cooperazione economica tra gli Stati membri, ma aspira a garqntire anche la loro stabilità interna, un fine questo che è molto difficile da conseguire senza un organismo comunitario che unisca gli intenti di tutti per renderlo possibile. La natura acefala dell’ASEAN e la profonda diversità dei sistemi di chi ne fa parte – si va dalle democratiche Indonesia e Filippine alla traballante Thailandia, fino a regimi monopartitici come il Laos o il Vietnam – rischia alla lunga di rendere quest’organizzazione molto più ininfluente dei singoli componenti, che penserebbero di avere molto più da guadagnare continuando ad assecondare (nella speranza di soddisfare qualche rivendicazione territoriale più o meno esplosiva a livello internazionale) le potenze rivali di turno come Cina, India o Stati Uniti.
Con le sue potenzialità e il suo essere a cavallo tra valori occidentali e asiatici un’ASEAN forte darebbe un contributo non indifferente alla stabilità regionale sia del sud-est asiatico che della regione del Pacifico. Affinché ciò diventi realtà bisogna però avere alle spalle una scala di valori più comune e vincolante, rafforzando al contempo gli organismi comunitari e di codecisione. Per farlo ci vorrà una visione politica di ampio respiro e l’unico dotato delle caratteristiche per ispirare tale
processo sembra essere proprio l’Indonesia. Sempre che mantenga la giusta apertura e fiducia o la scommessa dell’ASEAN invece di essere una delle puntate geopolitiche del secolo si tramuterà nell’ultima disillusione dalle conseguenze catastrofiche.

Foto Reuters

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