Venezuela – Bolivar in panne

20140703-175155-64315186.jpgUltimamente uno dei metodi più gettonati in Venezuela di ricompattare l’opinione pubblica è quello di comparire in televisione per annunciare un nuovo complotto contro la vita del presidente Nicolas Maduro. Durante questi drammatici annunci vengono mostrate anche le prove contro i sedicenti attentatori, come ad esempio le mail appartenenti a vari personaggi dell’opposizione come María Corina Machado, fondatrice dell’associazione civile Súmate, o Diego Arria, membro dello staff dell’ex presidente Carlos Andrés Peréz.
A causa di queste accuse molte persone sono finite subito in prigione o vengono etichettate come spie al servizio di Washington. Sembra tuttavia che molte delle mail in questione siano dei falsi clamorosi. Alcune di loro sarebbero state modificate ad arte da mail scritte anni prima, mentre in altri casi dai database di Google risulterebbe che non sarebbero state mai inviate. Che il rischio di “magnicidio” sia fondato o meno, esso impallidisce davanti alla pietosa situazione in cui versa l’intero paese.

Sono passati ormai sei mesi da quando sono esplose le protese che hanno infiammato il Venezuela. Tutto cominciò quando l’omicidio dell’ex Miss Venezuela Monica Spear e alcune violenze contro degli studenti misero in luce la violenza sempre più endemica del paese. Ciò causò una prima forma d’indignazione popolare che venne esasperata dopo l’arresto di alcuni manifestanti da parte della polizia.
La dura reazione del governo aggravò la percezione di un governo più preoccupato di conservare il proprio potere che di aiutare la gente, complice la scarsa popolarità del successore di Hugo Chavez, l’attuale presidente Maduro, il quale nel tentativo di distoglier l’attenzione da una crisi economica sempre più grave aveva addirittura anticipato le festività natalizie o sparso la voce che il vecchio leader comunicasse con lui dall’aldilà sotto forma di uccellino o dal crinale delle montagne.
Gli slogan del bolivarismo del tipo “entro il 2018 raggiungeremo l’obiettivo miseria zero” sembrano però avere ben poca influenza su una realtà che diventa ogni giorno più tragica. L’inflazione è tra le più alte al mondo e la moneta nazionale bolívar si sta svalutando ad una velocità impressionante, rendendo più difficili le importazioni e contribuendo per questo alla costante penuria in Venezuela dei generi di prima necessità che vanno dal pane al latte, fino alla carta igienica e le medicine.
La stessa industria petrolifera nazionale, dopo aver beneficiato negli ultimi anni dell’aumento del prezzo del petrolio, è diventata un carrozzone sclerotizzato a causa del calo della produzione che giustifica più un personale che nel frattempo è più che raddoppiato e delle quote politiche di petrolio consegnate agli alleati come Cuba che sottraggono allo Stato degli importanti margini di guadagno.
Certo, buona parte di questi problemi hanno origine molto prima dell’ascesa di Nicolas Maduro, il quale si è trovato nella difficile situazione di affrontare i primi seri contraccolpi nel bel mezzo di una transizione politica. Purtroppo per lui lo scarso carisma non è stato compensato dalla giusta umiltà che sarebbe servita a ristrutturare il modello chavista. Al contrario ha fatto tutto il possibile per arroccarsi nella propria posizione, confidando che la repressione prima o poi finisca per spuntarla sui nemici politici.
Nemici che non si annidano soltanto nelle piazze o tra i partiti avversari come Primero Justicia di Henrique Capriles Radonski, che alle ultime (da lui contestate) presidenziali dell’aprile scorso è finito dietro a Maduro per un soffio, oppure Voluntad Popular, il cui leader Léopoldo Lopez è stato arrestato a febbraio con l’accusa di terrorismo e omicidio e attende un processo che dovrebbe iniziare a fine luglio.
La recente cacciata del ministro della Programmazione Jorge Giordani, che aveva espresso delle forti critiche nell’operato di Maduro, rende evidente come in seno allo stesso governo vi siano dei rivali che potrebbero approfittare delle proteste per scalzare l’odiato delfino di Chavez. Uno di loro è il presidente della Camera Diosdado Cabello, politico talmente spregiudicato da essere stato chiamato il ‘Frank Underwood venezuelano‘ (il deputato protagonista della celebre serie House of Cards – Gli intrighi del potere). Da quando sono iniziate le agitazioni Cabello ha infatti moltiplicato le sue apparizioni pubbliche nel tentativo di proporsi come un volto più conciliante del potere, il che non guasterebbe nel caso Maduro si trovasse un giorno costretto a farsi da parte. Ma visti i segnali dati dal presidente l’eventualità sembra meno probabile della continuazione del lungo e inconcludente caos politico visto fino ad oggi.

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