Kurdistan, Iraq – La matita fatale

20140630-174020-63620298.jpgPoche ore fa i miliziani dell’ISIS hanno annunciato ufficialmente al mondo con un filmato la nascita del Califfato, togliendo dalla loro denominazione ogni riferimento a concetti come Levante o Iraq. La decisione che caratterizzerà questo nuovo Stato Islamico riveste un significato importante, perché va a cancellare una delle eredità più importanti della prima guerra mondiale, della quale si è da poco celebrato il centenario del suo evento madre, ossia l’attentato di Sarajevo contro l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo.
Questo lascito, di cui parleremo più dettagliatamente tra poco, ha inoltre subito un secondo duro colpo con una presa di posizione d’Israele che, se dovesse essere portata alle sue estreme conseguenze, rivestirebbe un’importanza non meno grave dell’inarrestabile avanzata dei fondamentalisti sunniti in Medio Oriente. Che sia giunto davvero il momento di ripensare questa regione in modo profondamente diverso da come l’abbiamo conosciuta finora?

Lo Stato islamico sorto sulle ceneri di quanto resta di Siria e Iraq va ad abbattere l’equilibrio sorto nell’area per conto delle potenze vincitrici della Grande Guerra, meglio conosciuto come accordo di Sykes-Picot, dal nome del diplomatico francese François Georges Picot e il suo omologo britannico Mark Sykes. Ansiosi di spartirsi la carcassa del morente impero ottomano, le potenze in questione tracciarono delle linee piuttosto arbitrarie che divisero comunità rimaste unite per secoli sotto il dominio di Costantinopoli. L’abitudine di segnare sul mondo dei confini usando squadra e righello a piacere non era nuova all’epoca, essendo già accaduto ai tempi della conquista dell’Africa alla fine del XIX secolo.
Se per un luogo relativamente disabitato com’era il continente africano di allora non sono mancati i problemi e gli attriti dopo la fine del dominio coloniale, figuriamoci le conseguenze che ci sarebbero potute essere nel farlo su una terra molto più popolata e complessa come il Levante. Gli interminabili conflitti che hanno segnato la sua storia dal secondo dopoguerra ad oggi sono più eloquenti di qualsiasi riflessione.
Il successo che ha accompagnato la proclamazione di questo moderno Califfato (uno stato di ascendenza medioevale retto da un autorità allo stesso tempo politica e religiosa) oltre a rivelare il fallimento dell’esperienza al-Maliki, mostra come sia ancora forte nel tessuto sociale di questi paesi il sentimento di essere parte di una comunità più grande. Un’idea che forse non molti sanno ha avuto dei precedenti laico con il presidente Nasser, che per qualche anno riuscì a fondere Egitto e Siria nella Repubblica Araba Unita, oppure dell’ex rais (da alcuni compianto) iracheno Saddam Hussein ai tempi della prima guerra del Golfo.
Molti arabi percepiscono queste frontiere artificiali più utili agli interessi delle potenze che dotate di un effettivo fondamento storico, in linea con la tradizionale strategia del divide et impera. Qualcuno potrebbe pensare che si voglia muovere in questo senso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che di fronte allo sfacelo iracheno si è detto aperto alla possibilità di uno Stato curdo indipendente composto dalle regioni settentrionali dell’Iraq.

20140630-174056-63656084.jpgLa presa di posizione non stupisce più di tanto, visto che Israele mantiene da anni legami politico-strategici con questo popolo di circa 30-40 milioni sparso tra Turchia, Siria, Iran e Iraq. Dopo una breve stagione indipendente negli anni Venti, i curdi sono stati lungamente perseguitati dai loro dominatori, riuscendo ad ottenere una sorta di rivincita proprio in Iraq, dove si ripete da anni che le regioni da loro amministrare sono una realtà de facto già indipendente, grazie ai ricchi giacimenti petroliferi e addirittura la facoltà di aprire delle proprie ambasciate all’estero.
Nella crisi attuale i curdi hanno dimostrato di essere molto più efficienti e attrezzati del governo del premier al-Maliki, aiutati anche dal fatto che l’ISIS non muova (per ora) particolari rivendicazioni nei loro confronti. Se le premesse per il mantenimento dell’unità nazionale irachena non erano dunque incoraggianti già in tempo di pace, lo scoppio della guerra tra il governo centrale e ISIS non ha fatto che aggravare questo divario ad un punto tale che i guerriglieri curdi conosciuti come peshmerga hanno ‘conquistato’ la città di Kirkuk, come se si fossero affrettati a raccogliere la loro parte di bottino prima della fine dei giochi.
Se la situazione non dovesse risolversi a breve – senza un intervento internazionale di un certo peso le probabilità che ciò accada sono quasi nulle, altro che i 300 consiglieri militari di Obama o i caccia di Putin e Assad – che piaccia o meno la nascita di un Kurdistan indipendente potrebbe rivelarsi un esito irreversibile. Irritando non poco gli Usa che vedono una frammentazione dell’area come l’inizio di un nuovo incubo geopolitico; irritando molto Turchia e Iran che ospitano una nutrita comunità curda nei loro confini, la quale potrebbe essere tentata da riunirsi ai fratelli iracheni, così come potrebbero fare i curdi siriani, che la lunga guerra civile del loro paese ha già trasformato in una realtà a sé stante. A volte uccide veramente più il segno di una penna che la spada.

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