Ucraina, Georgia – La pericolosa ebbrezza del trionfo

20140627-174025-63625329.jpgCon la stessa penna del suo predecessore Viktor Yanukovich, il nuovo presidente ucraino Petro Poroshenko ha firmato oggi a Bruxelles la parte economica dell’accordo di associazione con l’Unione europea. Il rifiuto di questo stesso patto a novembre aveva scatenato la rivoluzione che di lì a poche settimane avrebbe rovesciato l’ex presidente, sconvolgendo il quadro politico e regionale con le conseguenze che conosciamo tutti.
Assieme all’Ucraina erano presenti i capi di Stato di altre due ex repubbliche sovietiche, la Moldavia e la Georgia, che hanno firmato anche loro l’accordo di associazione che segna un nuovo passo verso la loro integrazione in Europa. La scelta dei tre paesi non farà sicuramente piacere alla Russia, la quale a vent’anni dal crollo dell’URSS considera ancora questi territori legati ad una sua sfera d’influenza. Ma l’apparente trionfo potrebbe risultare indigesto anche per la stessa Europa.

La reazione di Vladimir Putin alla giornata di oggi naturalmente non si è fatta attendere, sostenendo che: “costringere l’Ucraina a dover scegliere tra Russia e Unione Europea finirà per spezzare il paese in due”. Il riferimento non può che essere sulla tregua tra il governo di Kiev e i separatisti filorussi delle regioni dell’Est, specialmente Donetsk, che rappresentano il cuore industriale del paese.
In occasione della firma dell’accordo, che permetterà una più libera circolazione delle merci, il presidente Poroshenko ha annunciato di voler prolungare il cessate il fuoco. Peccato che esso sia stato violato più volte dai ribelli nonostante le aperture del governo su amnistia e riforme in senso federale, a dimostrazione che a quasi due mesi dai controversi referendum sull’indipendenza delle regioni orientali le due parti non sembrano essersi avvicinate di un passo dalle rispettive posizioni.
Questa tensione ben lontana dall’essere risolta pesa come un’incognita sulla stabilità di un partner, ma anche per l’Unione Europea che avendo scelto di mettere l’Ucraina sotto la sua ala protettiva (per modo di dire vista la sua impotenza cronica) si è assunta una pesante responsabilità nei suoi confronti. Se lo scontro tra il governo ucraino e i filorussi o addirittura la Russia stessa dovesse degenerare l’Europa non potrebbe più muoversi in ordine sparso come fatto finora nei principali dossier internazionali, a meno di non voler dare il colpo di grazia ad un prestigio che la crisi economica e la mancanza di una leadership continentale autorevole hanno già minato profondamente.
Problemi analoghi si presentano anche per gli altri due invitati di oggi a Bruxelles. Un collocamento più saldo in Occidente potrebbe tentare la Georgia, com’è accaduto in passato quando il suo ingresso nella NATO sembrava sul punto di realizzarsi, di rivendicare il pieno controllo delle regioni dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud che ha ‘perso’ nella guerra del 2008 contro la Russia. La Moldavia invece teme che le agitazioni in Ucraina orientale possano fomentare eventuali focolai filorussi nella regione de facto indipendente della Transnistria, dov’è presente un contingente di peacekeeping agli ordini di Mosca.
Ai rischi geopolitici si aggiungono poi quelli di carattere economico e quelli più squisitamente ideologici. I primi sono direttamente associati alla stabilità dei tre paesi, nel senso che il rafforzamento dei legami con tre stati relativamente periferici nei flussi mondiali avrà un senso se i fattori di sviluppo prevarranno definitivamente su quelli di crisi.
Nel secondo caso invece ci inoltriamo in un campo molto più intricato, vale a dire l’aderenza dei sistemi politici di Ucraina, Georgia e Moldavia ai valori europei di democrazia e libero mercato. Qui la strada da fare sembra essere ancora molto lunga, poiché il vento di rinnovamento ha intaccato ben poco i sistemi politici che hanno caratterizzato i tre paesi dalla loro indipendenza, ossia il predominio delle oligarchie locali sull’economia e politica. Un cancro di cui l’Ucraina continua ad essere l’esempio più lampante, anche dopo l’elezione di Poroshenko, un industriale di vecchio corso e membro di governo sia di Yanukovich che dell’eroina dell’opposizione Yulia Tymoshenko (altra oligarca).
L’apparente successo diplomatico di oggi dell’Europa non deve far sottovalutare la sfida che l’avvicinamento di questi paesi comporta a livello politico. E non bisogna dimenticare neppure il potenziale malumore nelle opinioni pubbliche di paesi in difficoltà per il fatto d’investire così tante risorse in partner dall’outlook – mi si conceda la metafora del rating – parecchio incerto.
Il Cremlino nel frattempo aspetta di fare la sua prossima mossa con la pazienza di un giocatore di scacchi. Da una parte si mostra conciliante revocando in Senato l’autorizzazione ad agire manu militari in Ucraina, mentre dall’altra consolida le sue alleanze verso est con la Cina e le repubbliche centrasiatiche, riservandosi qualche jolly da spendere nel crescente disordine mediorientale. Con questi margini a disposizione difficilmente le sanzioni potranno indurre la Russia a rinunciare docilmente ai propri interessi.
Tornano all’Europa merita una piccola nota l’Albania, che questa settimana ha ottenuto lo status di paese candidato all’Unione. Tralasciando possibili adesioni dei paesi ex sovietici, per ora restano fuori dal processo d’integrazione soltanto Bosnia-Erzegovina e Kosovo. I negoziati tra Tirana e l’Europa probabilmente non si concluderanno prima del 2020, ma l’eventualità di un suo ingresso dell’Unione avrebbe l’effetto di far cadere un tabù che ha condizionato non poco il dibattito sull’allargamento dell’Ue. L’Albania si candida infatti ad essere il primo paese a maggioranza musulmana ad entrare a Bruxelles, una caratteristica che è stata uno dei mantra principali per osteggiare un candidato di più lungo corso: la Turchia. Certo, il peso che avrebbe un paese come l’Albania e uno come la Turchia è ben diverso, per non parlare degli standard democratici turchi non proprio eccellenti in questi ultimi tempi. Magari la discussione sul tema perderà molti degli alibi del passato a vantaggio della serietà e della concretezza.

Foto Getty Images

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