Vietnam, Cina – Renzi a caccia d’Oriente

20140611-174234-63754157.jpgDopo Obama anche il premier italiano Matteo Renzi si è lanciato in un lungo tour asiatico, con l’obiettivo di concludere affari che in questa parte di mondo si annunciano sempre più promettenti. Del resto i tre paesi interessati dal suo viaggio di quattro giorni sono attori di un certo rilievo, a cominciare dall’arcinota Cina, che si appresterebbe a sorpassare (per qualcuno lo avrebbe già fatto) gli Stati Uniti come prima economia mondiale.
Non sono attori da sottovalutare neppure il Vietnam e il Kazakhistan, paesi che a dispetto degli stereotipi e dell’apparente marginalità che continuano ad accompagnarli nell’immaginario occidentale stanno guadagnando terreno nelle classifiche mondiali. Ma perché Renzi ha scelto proprio questi due paesi rispetto a nomi più blasonati come India, Giappone o Corea del Sud.

Una delle ragioni deriva essenzialmente da rapporti commerciali ben consolidati nel tempo in entrambi. Nel Vietnam ad esempio l’Italia è presente con numerose aziende come Piaggio, Datalogic, Mapei e gruppi bancari (Unicredit e Intesa San Paolo) o assicurativi (Generali). Ciò ha portato in dieci anni quasi ad un ammontare d’investimenti superiore ai 250 milioni di euro e a quadruplicare il volume di scambi tra Roma e Hanoi, passando da 700 milioni di euro a circa 3000, anche se il saldo è nettamente negativo per il Belpaese. con almeno due terzi di importazioni contro il restante per le esportazioni.
Uno degli obiettivi del premier nella sua visita in Vietnam – la prima di un capo di governo italiano da quando i due paesi hanno avviato le relazioni diplomatiche – sarebbe proprio quello di alzare nei prossimi due anni il volume di scambi dagli attuali 3 miliardi fino a 5 miliardi, puntando a rafforzare la presenza italiana in settori come la manifattura o la logistica. Inoltre l’appartenenza del Vietnam al gruppo di libero scambio ASEAN, consentirebbe all’Italia di avere una porta d’accesso ad un mercato dalle enormi potenzialità come il sud-est asiatico.
In queste ore Renzi si trova in Cina, dove ovviamente la posta in gioco è molto più alta. Qui il volume di scambio arriva a quota 33 miliardi di dollari (una cifra che secondo Renzi “non riflette le potenzialità tra i due paesi”), mentre la bilancia commerciale è ancora più pesantemente a sfavore dell’Italia che nell’ultimo anno ha esportato per 10 miliardi di euro contro più del doppio in importazioni.
Per riconquistare il gigante asiatico sono state previste addirittura due tappe. La prima c’è stata martedì a Shanghai, dove nel padiglione dell’expo di quattro anni fa si è incontrato con i principali rappresentanti dell’imprenditoria italiana in Cina per sensibilizzare su questa presenza che va consolidata e sul prossimo appuntamento dell’Expo di Milano che si dovrebbe tenere (salvo complicazioni visti gli ultimi scandali) l’anno prossimo.
Oggi invece il premier si è spostato alla volta di Beijing (Pechino), dove ha incontrato non solo le massime cariche dello stato come il premier Li Keqiang e il presidente Xi Jinping, il quale gli ha fatto i complimenti per le riforme intraprese, ma anche un certo Jack Ma. Questo signore originario dell’Hangzhou, non lontano da Shanghai, è il fondatore del colosso Alibaba, una delle più potenti piattaforme di commercio online al mondo, con cui l’Italia nell’ambito del secondo giro d’incontri tra le aziende italiane e cinesi ha appena firmato un accordo per favorire l’ingresso di molte aziende italiane in Cina attraverso questo tipo di strumenti web.
Domani ci sarà l’ultima tappa del viaggio asiatico di Renzi, il Kazakhistan, del quale tempo fa abbiamo già menzionato la collaborazione a livello spaziale con Finmeccanica, ma ci sono potenziali collaborazioni anche in campo energetico per via delle immense risorse minerarie e petrolifere. Il colosso ENI ad esempio ha in progetto un accordo con la KazMunayGas per nuove prospezioni, mentre nelle infrastrutture vi sono attori di prestigio come Salini-Impreglio, celebre per essere anche coinvolta nel futuro allargamento del canale di Panama.
Roma e Astana negli ultimi tempi sono arrivati a scambiare qualcosa come 5 miliardi di euro all’anno, un numero che ha beneficiato anche in questo caso di un aumento vertiginoso delle importazioni (prevalentemente prodotti metallurgici e idrocarburi) a fronte di un significativo calo delle importazioni (macchinari e apparecchiature). Ciò è anche dovuto al fatto che il Kazakhistan sta cercando di realizzare un industria propria e per questo ha deciso di puntare molto più sul knowhow dei nostri tecnici che ai prodotti veri e propri.
Inoltre secondo l’opinione di alcuni il paese, come potrebbe essere per il Vietnam, potrebbe servire da ingresso privilegiato per un altro mercato emergente, ossia quello dell’Unione Euroasiatica, che al momento comprende Russia, Bielorussia e Kazakhistan. Specialmente nel caso russo che vede le sue prospettive commerciali con l’Ovest minacciate dalle sanzioni internazionali, ciò permetterebbe di mantenere intatti i legami commerciali tra le aziende italiane e Mosca senza troppi oneri, perché si potrebbe beneficiare del regime privilegiato di scambio che il Kazakhistan mantiene con gli altri membri dell’Unione. Chissà se oltre agli affari ci sarà anche modo per Renzi e Nazarbayev di parlare di una certa Sharabayeva.

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