Siria – Elezioni di un paese fantasma

20140605-164938-60578681.jpgInterviste pilotate, guardie che ti accompagnano fin dentro la cabina elettorale e trasferimenti forzati ai seggi. All’indomani del voto alle presidenziali siriane le voci da parte occidentale sui presunti brogli alle urne si rincorrono a più non posso. Le proteste comunque difficilmente rovineranno la festa a Bashar al Assad, che con il 88% di preferenze sui deboli candidati dell’opposizione (dei figuranti secondo i ribelli) riconferma la sua dinastia alla guida del paese per altri sette anni.
Il risultato era lungamente annunciato come in Egitto e Ucraina, due contesti che hanno suscitato reazioni più accomodanti nella comunità internazionale, segno che la legittimità o meno del candidato dipende in larga misura dalla sua collocazione geopolitica. La vittoria di Assad ha sicuramente ridato fiducia al regime, ma da qui a sostenere che essa sia il preludio del suo trionfo nella guerra civile ce ne vuole molto.

Cercando di mantenere uno sguardo che sia il più distaccato possibile emergono alcuni fattori che descrivono in quadro molto più complesso di quello che la maggior parte dei media vogliono far passare. Il primo è il fatto che le elezioni si sono svolte prevalentemente nelle zone controllate dal governo siriano, ovvero non oltre la metà del paese. Il dato è importante non tanto per mettere in evidenza la dubbia validità che può avere un voto così circoscritto, ma perché a livello concreto ciò non fa che aggravare la polarizzazione tra le regioni in mano agli Assad e quelle controllate dai ribelli.
A destare ancora più preoccupazione è anche la piega che la rivolta sta prendendo negli ultimi mesi. Risulta ormai chiaro di come la ribellione ‘democratica’ sostenuta dall’Occidente stia uscendo letteralmente sconfitta dal confronto. Da un lato l’Esercito siriano libero ha perso una serie di roccaforti nei pressi del confine con il Libano, specialmente nel distretto di Yabrud, mentre il mese scorso dopo più di tre anni di assedio si è definitivamente ritirato dalla città di Homs.
Al contrario le posizioni dei rivoltosi nelle regioni a Nord-est restano ancora molto forti, sebbene da queste parti stiano prendendo il sopravvento i fondamentalisti dell’ISIS. Questo gruppo, di cui abbiamo avuto modo di parlare già in passato, combatte indiscriminatamente tanto i ribelli che i filo governativi, ma quello che lo distingue dai combattenti ‘laici’ è l’equipaggiamento e la determinazione di gran lunga superiori. Rispetto ai timidi aiuti occidentali all’ESL, i jihadisti dell’ISIS possono vantare infatti dei cospicui finanziamenti da parte delle petromonarchie sunnite, che vedono nella guerra siriana un terreno di confronto con il rivale iraniano, alleato di Assad e dell’Iraq dell’appena riconfermato al-Maliki, altro paese peraltro nel mirino dei guerriglieri ISIS. Considerando l’entità di quest’appoggio esterno è evidente che gli islamisti difficilmente saranno disposti ad arrendersi come stanno facendo i seguaci dell’ESL.
L’impressione prevalente che esce da queste elezioni è che Assad più che voler riaffermare la sua autorità sull’intero paese si sia accontentato di umiliare i rivoluzionari della prima ora. Lo scontro contro quello che sta diventando il suo nuovo nemico principale è invece una sfida di tutt’altra portata, il che significa che la Siria è destinata a rimanere in frantumi per chissà ancora quanto tempo.
Un aiuto a studiare una qualche via d’uscita potrebbe arrivare da un’intesa tra i due maggiori referenti dell’area, gli Stati Uniti e la Russia, come avvenne lo scorso settembre quando la mediazione di Putin (che gli è valsa la candidatura al Nobel per la pace) sventò un attacco americano per l’uso delle armi chimiche sulla popolazione civile da parte di Assad. Purtroppo nel giro di sei mesi sono cambiate molte cose. Le divisioni sorte con la crisi ucraina tra Occidente e Russia allontana per il momento l’ipotesi che si possa ripetere un’eventualità del genere. A meno d’improbabili riconciliazioni nella comunità internazionale o di un irrealistico dissolvimento di una delle fazioni combattenti (governo o ISIS), il massacro che ha causato finora più di 150.000 morti e milioni di rifugiati è ben lontano dal trovare la sua conclusione.

Foto Reuters

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