Giappone – Comandante Abe

20140516-161809.jpgSi calcola che nell’ultimo anno il Giappone abbia destinato il 1% del PIL alle spese militari. Detto così sembra poco, ma in termini numerici stiamo parlando di ben 48 miliardi di dollari, all’incirca 12 in meno della Francia ma quasi 20 più dell’Italia o della Corea del Sud. Dati che collocano questo paese all’ottavo posto tra le nazioni che spendono di più in termini di budget militare.
Eppure ci sono altri dati che controbilanciano pesantemente una forza militare che al primo ministro Shinzo Abe sta sempre più stretta. Ciò soprattutto a causa della Costituzione pacifista imposta al Giappone dopo la sua sconfitta nella seconda guerra mondiale, un argomento che il premier nipponico ha fatto tornare alla ribalta con grave disappunto dei suoi vicini, sapendo tuttavia di poter anche contare su alleati di primo livello.

Il nemico principale di Abe è l’Articolo 9 della Costituzione giapponese, il quale recita in modo seguente:

“Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ed alla minaccia o all’uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali.
Per conseguire l’obiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.”

Ciò significa che Tokyo può disporre di truppe sufficienti soltanto per il proprio diritto di autodifesa, limitando pesantemente la sua capacità d’intervenire in contesti internazionali, compresa la possibilità di mandare soldati a difesa dei suoi alleati regionali. Per questo se da un lato le spese militari sono comunque notevoli, dall’altro il rapporto tra popolazione e militari è molto più basso dei suoi concorrenti (2.2 ogni mille abitanti contro gli oltre 6 di Francia e Regno Unito o addirittura i 100 della Corea del Sud).
L’idea di riformare la Costituzione in senso meno pacifista ha origini lontane, ma ha acquistato forza da quando il baricentro degli interessi mondiali si è spostato progressivamente nel Pacifico, dove ha luogo una competizione sempre più complessa. Dallo scontro generalizzato tra Cina e Stati Uniti si è passati ad un moltiplicarsi di rivalità più piccole, che vedono spesso da una parte il Dragone cinese e dall’altra paesi come Filippine, Corea del Sud o Vietnam, dove proprio in questi giorni sta infuriando una protesta – finora si registra un morto e centinaia di feriti – per questioni di sovranità sulle Paracel, un arcipelago di isole che fa gola ad entrambi i paesi per i possibili giacimenti di petrolio nascosti nelle acque circostanti.
Anche il Giappone ovviamente ha il suo dente dolente con la Cina per lo stesso motivo e si chiama Senkaku (o Diaoyu, a seconda dei punti di vista), un altro gruppo di isolotti di cui abbiamo già parlato in altre occasioni. Dopo varie azioni provocatorie e dimostrative, la situazione ha visto poco tempo fa una chiara presa posizione degli Stati Uniti, principale alleato di Tokyo.
Durante il suo viaggio di qualche settimana fa in Estremo Oriente, nel quale ha visitato i principali rivali cinesi tranne il Vietnam, il presidente Obama ha infatti rinnovato il trattato di difesa del Giappone, includendovi in modo esplicito anche le isole Senkaku. Ma la Cina a sua volta non sembra disposta a gettare la spugna, tanto che continua ad includere le isole nella propria Zona di Difesa Aerea nel Mar Cinese Orientale. Questa particolare situazione in cui esistono due giurisdizioni militari sovrapposte sugli isolotti complica enormemente la faccenda, poiché qualsiasi attività nei dintorni rischia di provocare una reazione pesante da parte del rivale. Un altra soluzione potrebbe essere semplicemente abbandonare tacitamente il luogo al proprio destino, ma difficilmente i due attori saranno disposti ad abbandonare le loro pretese.
Ci sarebbe anche una terza soluzione, ovvero studiare una qualche forma di cooperazione per sfruttare le risorse insieme. Visti però i rapporti non proprio idilliaci tra Cina e Giappone, anche qui le chance si prospettano molto basse. L’intenzione di dotare il Giappone di un esercito finalmente ‘normale’ non è l’unico motivo di scontro tra i due paesi. Il premier Abe e il suo governo sono infatti ripetutamente accusati dalla Cina, come pure da altri paesi vittime dell’imperialismo nipponico del Novecento, di promuovere visioni revisioniste su quell’epoca. A prova di ciò ci sarebbero testi scolastici e dibattiti culturali che tendono a ridimensionare le responsabilità dei militari giapponesi, alcuni dei quali malgrado i crimini commessi continuano ad essere onorati dalle più alte autorità nel famigerato santuario di Yasukuni, a Tokyo.
La cattiva coscienza delle autorità giapponesi è uno dei motivi per il quale in tanti, non solo la Cina, temono un riarmo del paese. C’è chi spera che la nomina dell’Articolo 9 della Costituzione al Nobel della Pace di quest’anno possa sensibilizzare il premier Abe sui valori pacifisti che hanno contraddistinto il paese come modello di sviluppo e stabilità regionale. È anche vero tuttavia che nelle valutazioni spesso contano più gli equilibri di forza e che le semplici idee.
Da questo punto di vista un aperto sostegno degli Stati Uniti a favore del mantenimento dell’Articolo 9 sarebbe fondamentale. Ma all’America di oggi che per i noti problemi economici vuole dismettere i panni del poliziotto globale, un Giappone più armato fa molto comodo per ridistribuire gli impegni e gli oneri militari tra i suoi alleati nei teatri più importanti. Rimane il dubbio su quali effetti potrà avere questa corsa agli armamenti sulla stabilità regionale. Visti i numerosi punti di attrito, che abbiamo citato solo in parte, c’è motivo di tenere gli occhi ben aperti.

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