Cina – Il governo all’attacco di Boxun

20140513-172119.jpgQualcuno lo definisce un modello per il giornalismo indipendente e chi uno strumento in mano agli americani per scatenare una ‘primavera cinese’. Si chiama Boxun, sito web fondato da Meicun Meng nel 2000 con sede nello Stato americano del Nord Carolina. Con il passare degli anni e di cospicue donazioni di organizzazioni no-profit, il sito viene sempre più consultato come una fonte alternativa sugli eventi politici e sociali in Cina, dove l’informazione sconta ancora numerosi limiti.
Il governo di Beijing (Pechino) ovviamente ha già bandito il sito da qualche anno e ha arrestato diversi suoi collaboratori con l’accusa di agire contro gli interessi del paese. L’ultimo ad essere finito nelle mani delle autorità si firmava come ‘Feixiang’ e la sua storia, iniziata a circolare come succede spesso in Cina parecchi giorni dopo i fatti, ha sollevato un polverone mediatico che arriva a tirare in ballo la stessa credibilità del sito.

Dopo il suo arresto, Feixiang, il cui vero nome è Xiang Nanfu, si sarebbe pubblicamente pentito di aver diffuso delle notizie che “hanno seriamente danneggiato l’immagine dello Stato”. Si dice che l’uomo avrebbe scritto dietro compenso che il governo prelevava organi da persone vive oppure della brutale repressione durante gli espropri forzati delle terre. Quest’ultima è una realtà particolarmente sentita nel paese, tanto da aver scatenato vari movimenti di protesta (uno dei più noti è il Wukan) che se la prendono contro i funzionari locali, i quali si arricchiscono rivendendo le terre sequestrate a prezzi maggiorati anche di 30 volte.
Da parte sua Boxun respinge la versione che crede sia stata costruita ad arte dal governo cinese. La vicenda di Feixiang segue tuttavia di pochi mesi un altro episodio che ha messo in profondo imbarazzo i suoi datori di lavoro. A dicembre si è conclusa infatti una lunga diatriba che ha riguardato la celebre attrice Zhang Ziyi (protagonista di film come La Tigre e il Dragone o Memorie di una Geisha), accusata da Boxun di aver intrattenuto una relazione sessuale a pagamento con Bo Xilai, il mandarino rivale di Xi Jinping caduto in disgrazia due anni fa.
Il sito alla fine è stato costretto a chiedere scusa alla Zhang con un apposito editoriale, nonché a rimuovere tutti gli articoli incriminati. Molti spiegano un simile scivolone per via dell’abitudine di Boxun di ricorrere a giornalisti o testimoni che agiscono il più delle volte sotto anonimato, rendendo quindi difficile verificare la loro attendibilità.
È anche vero purtroppo che una scelta del genere in un paese poco tollerante verso le voci di dissenso diventa quasi obbligatoria per chi vuole tutelare la propria incolumità. Del resto la vita degli internauti cinesi non è mai stata facile a causa della pesante censura che impedisce di accedere a siti come Youtube, Facebook, Twitter. In altri casi l’accesso è invece pesantemente condizionato, come succede con il popolarissimo social network Weibo e il motore di ricerca Baidu, che sta subentrando a Google, piegato da mesi di lotta estenuante per aggirare le restrizioni imporre dal governo cinese.
A peggiorare le cose ci ha pensato l’approvazione lo scorso autunno di una legge ancora più severa sulla libertà della rete. Le nuove misure prevedono che chiunque diffonda notizie non verificabili su internet rischi almeno tre anni di carcere, a condizione che queste vengano ripostate almeno cinquecento volte o visualizzate da un minimo di cinquemila utenti.

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