Iraq – Un leone per Al-Maliki

MalikiQuesta settimana in Iraq si sono svolte le prime elezioni parlamentari da quando le truppe americane hanno lasciato il paese dopo quasi dieci anni di occupazione. Alla vigilia del voto non sono mancati diversi attacchi terroristici contro la popolazione civile, anche se l’alta frequenza degli attentati nel paese non rende questo appuntamento molto diverso dalla triste quotidianità.
Il candidato dato più probabile come vincitore è il premier Nuri al-Maliki, l’attuale premier iracheno che governa ininterrottamente dal 2006, quando negli Stati Uniti c’era ancora George W. Bush e il mondo arabo era retto da un equilibrio faticosamente costruito in trent’anni di accordi bilaterali e trattati di pace. Inutile dire quanto sia cambiato il contesto da allora e di quanto questo abbia inevitabilmente toccato lo stesso Iraq. Un paese molto più debole e a rischio disintegrazione di quello che aveva ereditato al-Maliki al momento della sua ascesa.

La missione principale del governo di al-Maliki è stata quella di saldare in qualche modo le varie etnie che compongono il paese, tagliato in tre con gli sciiti nell’est, i sunniti nell’ovest e i curdi nel Nord. Ciò da un lato ha portato, un rischio insito nelle grandi coalizioni, ad una progressiva quanto inarrestabile paralisi istituzionale, che non ha migliorato di molto la difficile situazione in cui versa il paese a livello sociale ed economico.
Quello che però è ancora più paradossale è il fatto che nonostante la buona volontà del premier, gli sviluppi degli ultimi anni dimostrano come le divisioni interconfessionali purtroppo continuino più forti che mai. I curdi del Nord sono praticamente indipendenti, mentre l’Ovest sunnita è in preda alle scorrerie dei miliziani dell’ISIS, un gruppo legato ad al-Qaeda che dopo i successi in Siria ha deciso di sconfinare nel vicino iracheno, occupando diverse città tra cui l’importante Falluja, la quale dista soltanto 50 km dalla capitale.
A complicare la posizione irachena si aggiunge un isolamento internazionale quasi totale, a cominciare dalle petromonarchie guidate dall’Arabia Saudita. Con i paesi della penisola arabica i rapporti non sono stati mai idilliaci fin dai tempi di Saddam Hussein, che nel momento più caldo della prima guerra del Golfo (1991) minacciò addirittura d’invadere il regno dei Saud come aveva fatto poco prima con il Kuwait.
I rapporti con il governo di al-Maliki non è stato dei più calorosi, soprattutto per via dei gruppi terroristi presenti nella minoranza sunnita (tra cui la ben nota al-Qaeda) che si sono resi responsabili della maggior parte degli attentati. A causa di questa spirale di violenza il premier iracheno è arrivato ad accusare senza mezzi termini l’Arabia Saudita e il Qatar di aver sponsorizzato i ribelli, specialmente quelli di provenienza siriana, per destabilizzare il suo governo.
La questione terroristica condiziona anche il rapporto con la Turchia, paese divenuto tra i più ostili a Bashar al-Assad che non manca di offrire assistenza o rifugio ai rivoltosi che combattono il regime di Damasco. Un altro punto dolente tra Ankara e Baghdad è la relazione privilegiata che la prima sta intrattenendo con il governo autonomo del Kurdistan iracheno, contribuendo in questo modo a consolidare un soggetto che prima o poi potrebbe cercare lo strappo con il fragile governo centrale.
Malgrado le proteste di al-Maliki sembra difficile che la Turchia sia disposta a rinunciare ad una relazione dal potenziale sia economico, grazie ai ricchi pozzi petroliferi del Kurdistan, che politico, poiché l’amicizia con gli autonomisti di Arbil potrebbe aiutare le autorità turche a ricomporre con la propria tormentata minoranza curda.
Le uniche eccezioni in questo quadro fosco sono la Giordania e l’Iran. Mentre la prima per la sua dimensione contenuta non può offrire grandi sfoghi alle difficoltà irachene, il secondo potrebbe dare un appoggio più solido a seconda di come evolveranno gli equilibri regionali. La presenza in Iraq e Iran di una comune maggioranza sciita alla fine ha fatto sì che lo spirito di solidarietà interconfessionale abbia prevalso sulle divisioni che erano esplose durante la guerra degli anni Ottanta, attizzata dalle rispettive rivalità tra il Medio Oriente filo americano e l’Iran fresco di rivoluzione che si temeva cadesse in orbita sovietica come il vicino Afghanistan.
Il sostegno di Teheran allo sciita al-Maliki gli serve tanto per mantenere una qualche influenza sul vicino che per farlo uscire a sua volta dall’isolamento in cui versa da decenni. Nella recente apertura tra il nuovo governo iraniano di Rohani e la comunità internazionale, quest’ultima potrebbe vedere di buon occhio una ‘promozione’ dell’Iran nell’area per trovare un forte alleato che possa arginare un tracollo iracheno quasi inevitabile. Ci vorrebbe la giusta lungimiranza per essere consapevoli di questo. Accontentarsi delle elezioni, per quanto siano esse importanti, in questo scenario sarebbe un errore madornale.

(Foto Agence France Presse)

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