La Tana all’Incontro TAP-Limes “Gas per l’Italia: scenari energetici dopo la crisi Ucraina”.

20140428-235216.jpgCosa c’è dietro la diversificazione energetica? Pure logiche concorrenziali o le tradizionali politiche di potenza? Una domanda divenuta sempre più ricorrente in un contesto internazionale segnato dall’irrisolta crisi ucraina, a cui si è dedicata anche la rivista di geopolitica Limes nel suo ultimo numero “L’Ucraina tra noi è Putin”.

Proprio il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, ha moderato ieri a Palazzo Giustiniani a Roma un incontro organizzato in collaborazione con Tap Italia ed intitolato “Gas per l’Italia: scenari energetici dopo la crisi Ucraina”. Ospiti dell’evento sono stati il direttore dei rapporti istituzionali e affari regolatori dell’Eni, Leonardo Bellodi; il vice ministro degli Esteri, Lapo Pistelli; l’amministratore delegato di TAP Italia, Giampaolo Russo.
Dei due protagonisti dell’evento, l’Ucraina e il TAP, il secondo è forse quello meno conosciuto dal grande pubblico. La sua storia ha radici che vanno lontano, in senso geografico, ovvero in Azerbaijan, paese ricco di idrocarburi di cui abbiamo già avuto modo di parlare qualche tempo fa.
Qui l’anno scorso diversi colossi del settore (Shell, Enel, GdfSuez, per citarne solo alcune) hanno firmato con il Consorzio del giacimento di Shah Deniz quello che si può definire la più importante vendita di gas mai siglata (130 mld di euro); inoltre è allo studio un ulteriore sfruttamento nel giacimento Shah Deniz II, in cui partecipano attori non meno importanti come BP, la francese Total, la norvegese Statoil e la compagnia di Stato azera Socar.
Per convogliare queste immense risorse è prevista la costruzione di un primo oleodotto, il TANAP, che dovrebbe percorrere tutta l’Anatolia, attraversare i Dardanelli e proseguire fino al confine con la Grecia. La scelta di come proseguire è rimasta a lungo in sospeso tra il progetto Nabucco West, che doveva passare in Bulgaria, Romania, Ungheria e in Austria, e il TAP, che invece passava lungo Grecia, Albania e sotto l’Adriatico per giungere infine in Puglia.
La disputa si è risolta lo scorso giugno, quando il Consorzio Shah Deniz ha deciso di approvare il TAP, dietro il quale esiste una joint venture che vede tra i suoi maggiori partecipanti ancora la BP, la Socar, la Statoil e la Total. La vittoria del TAP ha trovato un’accoglienza particolarmente calorosa da parte del governo italiano, che spera di far diventare il paese un hub del gas per l’Europa meridionale. Non è un caso che a pochi mesi dalla definitiva affermazione del TAP il governo abbia già ratificato l’accordo trilaterale tra Italia, Grecia e Albania per agevolare la messa in opera dei lavori, il cui inizio non dovrebbe avvenire prima del 2015.
Un’altra ragione per la quale il TAP è così appetibile è anche quella relativa alla sopracitata diversificazione delle fonti di approvvigionamento, grazie ad un potenziale dell’Azerbaijan che, secondo i dati forniti da Giampaolo Russo, ammontano a oltre 100 mld di metri cubi di gas che potrebbero coprire almeno 30 anni del consumo complessivo dell’Unione Europea.
Nel nostro caso ciò potrebbe promuovere lo sviluppo dell’economia nazionale e in particolare locale, essendo in progetto la costruzione di un Terminale di Ricezione nel Comune pugliese di Meledugno, dove non mancano comunque tensioni legate al tema ambientale con i cosiddetti comitati no TAP.
Un altro vantaggio che alcuni richiamano per la validità della condotta è l’aiuto che potrebbe dare all’Italia per estendere le nostre forniture da contesti problematici come Algeria, Libia e Russia. Il primo caso, in realtà abbastanza tranquillo, vede un crescente consumo interno che inevitabilmente ridurrà le quote destinate all’estero; nel secondo invece pesano le tante incognite sulla capacità del governo di Tripoli di gestire un paese in buona parte fuori dal suo controllo.
In Russia la situazione è ancora più complessa, anche se Leonardo Bellodi invita a non esasperare troppo l’aspetto politico della concorrenza energetica nella regione. Secondo lui il cosiddetto bypassaggio dell’Ucraina che la Russia starebbe considerando con il progetto South Stream, un oleodotto che dovrebbe attraversare il Mar Nero per giungere in Bulgaria, ha solo motivazioni di carattere commerciale e di sicurezza, com’è giusto che sia in un ambito di mercato come quello del gas.
La stessa ENI avrebbe dimostrato la validità di questo ragionamento con la sua presenza ‘bipartisan’ nel piano South Stream e in Ucraina, un paese che in epoca sovietica si dice fosse uno dei più quotati centri di produzione di gas prima della scoperta dei favolosi giacimenti della penisola di Jamal. Anche oggi molti dicono che l’Ucraina abbia la possibilità di risvegliare questa ricchezza, attirando l’attenzione di società come l’ENI, che vi stanno operando per l’esplorazione e lo sfruttamento di futuri giacimenti di shale gas, risorsa per cui viene considerata molto promettente anche la vicina Polonia.
Questo però potrebbe avvenire soltanto dopo che l’Ucraina riuscisse a svegliarsi dall’incubo in cui è piombata dalla rivolta che ha deposto l’ex presidente Janukovich. La responsabilità di questo brutto sogno non è però esclusiva della Russia. Da un lato ha pesato, prendendo ancora in prestito le parole di Bellodi, l’atteggiamento di un’Europa che al momento di proporre l’accordo di associazione a Janukovich è stato al contempo aristocratico e squattrinato. Ciò nel senso che ad una serie di vincoli politici sono corrisposti dei benefici economici molto esigui che hanno spinto l’ex presidente ucraino a preferire le migliori condizioni offerte da Mosca.
Ad opinione del vice ministro Pistelli, questo colossale errore di valutazione ha messo a nudo un’Europa priva di una chiara strategia per colpa degli approcci divergenti tra i suoi stessi membri. La posizione di questi ultimi dipende soprattutto dal grado di prossimità geografica e di dipendenza energetica dalla Russia, uno squilibrio che si potrebbe in parte risolvere in vari modi.
Il vice ministro intanto esclude che una strada possa essere l’eventuale acquisto di shale gas da parte degli Stati Uniti, un’opzione secondo lui poco praticabile. L’Europa dovrebbe piuttosto investendo sulle fonti rinnovabili e sul miglioramento della rete di interconnessioni all’interno dell’Ue per aumentarne l’efficienza.
A questo Pistelli aggiunge una sua visione ottimistica sul futuro della ‘mappa energetica’, che proprio grazie alle rinnovabili e allo shale gas finirebbe per moltiplicare i produttori/fornitori a tal punto da rendere l’energia un mondo apolare. Questo oltre ad arricchire la concorrenza, priverebbe di senso contratti dal sapore eminentemente politico (diffuso tra i venditori d’idrocarburi) come il take or pay, ossia quegli accordi in base ai quali l’acquirente s’impegna a comprare una quantità di prodotto pena il pagamento di una penalità stabilita in anticipo.
In attesa di questo equilibrio più pacifico che al momento sembra ancora nel puro campo speculativo, resta da capire che direzione prenderanno i vari attori che ruotano intorno all’Ucraina. Bellodi invita a non farsi troppe illusioni sulle misure volte a controbilanciare la Russia: essa resta sempre un partner importantissimo, specialmente per noi – il nostro scambio bilaterale è di oltre dieci volte quello tra Mosca e Washington – e per contrastare un’ipotetica diversificazione europea avrebbe già in tasca l’alternativa (in verità da valutare attentamente per la concorrenza araba ed americana) del mercato asiatico.
Più che diversificare, che è giusto sia per motivazioni economiche che politiche, l’Europa dovrebbe prima di tutto far maturare le proprie istituzioni per dotarsi di strumenti che le consentano di rapportarsi a livello continentale. Altrimenti il pasticcio ucraino potrebbe rivelarsi solo l’assaggio di catastrofi ben più gravi.

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