“Goli Otok” – piccole, grandi lezioni di dignità

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Dedicato a Gennaro, Franco, Francesco e
a tutti i nonni della mia generazione.

“Il teatro, la comunità e la democrazia nascono insieme.” Interrompe così uno scrosciante applauso Elio De Capitani, protagonista di Goli Otok, in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano dal 1 al 13 aprile 2014. Il riferimento è chiaramente al teatro greco del V secolo a.C.: politico, cioè della polis, la città-comunità, ma anche che tratta di temi politici, che riguardano tutti, e fatto dalla comunità stessa. Si usava il passato più o meno recente per parlare del presente, lanciare moniti, far riflettere, evocare pericoli immanenti.
E Goli Otok, se non per la forma, un dialogo, è per l’essenza una delle tragedie andate in scena ad Atene. Il testo narra di una vicenda recente, i campi di internamento del regime di Tito in Jugoslavia, e colpisce per la violenza, sia quella manifesta, che quella subdola e psicologica, più pericolosa ancora. Allo stesso tempo però, i richiami al nostro oggi, a noi, alla mia generazione sono costanti, moniti che spiazzano e lasciano senza fiato.
Aldo Juretich, sopravvissuto al campo di internamento di Goli Otok, racconta la sua storia ad un medico, Renato Sarti, anche lui di origini croate. Elio De Capitani, pur restando sempre profondamente se stesso, riconoscibile dietro il personaggio, è magistrale ad impersonare Aldo, ad evidenziarne demoni, rabbia, paure e denunce. Renato Sarti, che è anche autore del testo, riesce a fare da spalla, senza scomparire in questo fiume di ricordi, quasi un flusso di coscienza, pieno di citazioni colte, da Dante ad Euripide.
E non è “solo” la storia dell’ennesimo sopravvissuto all’ennesimo campo di prigionia dell’ennesimo orrore dittatoriale di cui il ‘900 è, purtroppo, pieno e di cui sappiamo ben poco. È, sempre come dice De Capitani nel breve discorso che interrompe gli applausi, “la storia di un piccolo della storia del ‘900, grande per la sua dignità”. Quella stessa dignità che hanno conservato i miei nonni, i nostri nonni, che hanno vissuto e sofferto quel secolo così breve, ma così doloroso. Come ci ricorda Aldo, la sofferenza non serve se non se ne parla, ma è anche vero che la gente non vuole sapere, non vuole conoscere: quanti di noi conoscevano Goli Otok? Ed è vero, è sempre Aldo a parlare, che non si vedono grandi Mandela in giro. Noi nipoti come saremmo in grado di affrontare orrori di questa portata? Riusciremmo a combattere per la nostra dignità, per i nostri ideali e mantenere la nostra dignità?
Uscendo dalla sala sono due le sensazioni che si provano. Da un lato morsi alla bocca dello stomaco per la portata dello spettacolo, dall’altro profondo senso di gratitudine: nei confronti di Aldo Juretich che ha condiviso la sua storia con noi, andando a risvegliare dolori sopiti e a Renato Sarti ed Elio De Capitani per averla raccontata.

 

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