Contro Putin anche l’Europa va a caccia di shale gas

20140402-180757.jpgDa oggi i riscaldamenti saranno più salati per l’Europa. La compagnia energetica russa Gazprom ha annunciato che, a causa dei debiti non saldati dell’Ucraina, le tariffe del gas che passerà attraverso questo paese andranno dai 270 dollari per mille metri cubi a quasi 400. Viste le circostanze attorno alla crisi di Crimea la brutta notizia era aspettata da tempo, l’unico dubbio al riguardo era piuttosto quando Gazprom si sarebbe decisa a fare questa mossa.
Parallelamente all’attesa si è fatto un gran discutere su come diversificare l’indipendenza energetica dell’Europa. Un alternativa l’abbiamo già discussa anche qui, parlando degli oleodotti che dal Medio Oriente e dall’Asia Centrale ci consentirebbero di aggirare le forniture di Mosca. Assieme a questi progetti ambiziosi che guardano all’esterno, vengono considerate anche delle opzioni per rilanciare invece la produzione interna. Una di queste è il controverso shale gas, su cui vogliono puntare soprattutto i paesi che sentono più forte il fiato di Mosca sul collo, ovvero quelli dell’Europa orientale.

A quasi trent’anni dalla fine del blocco di Varsavia, i paesi dell’Est continuano ad avere un legame fortissimo con la Russia dal punto di vista energetico. In questi paesi la percentuale di dipendenza dalle forniture da Mosca oscilla infatti tra il 60% della Polonia e quasi il 100% della Bulgaria, rendendoli potenzialmente vulnerabili in crisi diplomatiche come quella che sta avvenendo per la secessione della Crimea.
Mentre la costruzione di nuovi oleodotti che collegassero l’Europa a nuovi fornitori veniva rimandata sine die (TANAP) o quasi accantonata (Nabucco), dall’altra parte dell’Atlantico giungeva sempre più insistentemente la notizia di una nuova tecnica di estrazione non convenzionale di gas e petrolio, spaccando con l’ausilio di pompe idrauliche le rocce argillose che si trovano nel sottosuolo.
La tecnologia, che sarebbe divenuta nota come fracking, avrebbe rapidamente stravolto i livelli di dipendenza energetica degli Stati Uniti, tanto che dopo anni d’importazioni si preparano a diventare nuovamente un paese esportatore di energia. Questo sarà possibile grazie all’imminente completamento di un terminal per l’esportazione di gas liquido in Louisiana, eccitando le fantasie di imprenditori come l’amministratore delegato dell’Eni Giulio Scaroni, che ha lanciato direttamente il secco aut aut: “o lo shale gas dell’America o tra le braccia di Putin”.
Ci sono però molti dubbi sulla convenienza di rifornirsi dall’America, a cominciare dai costi di trasporto che ne renderebbero l’acquisto poco conveniente rispetto a quello dei concorrenti russi. Perché non produrlo direttamente a casa nostra si sono chiesti allora i governi in Europa, le cui riserve stimate di shale gas non avrebbero nulla da invidiare a quelle americane. Tra i candidati di questa nuova corsa all’oro ci sono il Regno Unito, sebbene la parte del leone la facciano soprattutto Polonia, Romania e Ucraina, che insieme dovrebbero provvedere ad almeno metà del totale di shale gas.
Chi si trova allo stadio più avanzato dello sviluppo è la Polonia – si calcola che vi siano fino a 2mila miliardi di metri cubi di riserve, localizzate principalmente nella zona baltica e nelle regioni vicini Lublino – con il premier Tusk che qualche giorno fa ha annunciato una serie di misure a favore dello shale gas come la detassazione per l’estrazione fino al 2020 e investimenti pari a 12 miliardi di euro per lo stesso periodo.
Un altro fornitore d’eccellenza potrebbe diventarlo proprio l’Ucraina, con riserve simili a quelle polacche che potrebbero farla rinascere dalle ceneri del divorzio con la Russia e su cui hanno già puntato gli occhi le compagnie Eni, Shell e Chevron. Quest’ultima è presente anche in Romania, che ha trovato nel premier Victor Ponta un potente alleato nello sfruttamento della nuova tecnologia. Lo stato dei lavori tuttavia sta andando molto più a rilento del previsto a causa delle rivolte della popolazione locale nel comune di Pungesti (Romania orientale), il cui sindaco Mircea Vlasa è stato persino messo sotto inchiesta per le presunte illegalità che avrebbe commesso nell’affittare i terreni alla Chevron.
Proteste di questo tipo che hanno motivazioni prevalentemente ambientali – i rischi vanno dalla contaminazione delle falde acquifere all’incremento di rischi sismici – non sono gli unici problemi che hanno ritardato o bloccato lo shale gas com’è successo in Francia, Germania o Bulgaria.
Tra gli altri fattori che mettono in dubbio la fattibilità di questa via rispetto al contesto americano abbiamo una maggiore densità di popolazione che riduce l’estensione dei pozzi e dei costi elevatissimi in termini di infrastrutture e di estrazione, poiché la differente conformazione del sottosuolo europeo chiede che le trivelle vadano a profondità molto maggiori. A fronte di tutti questi ostacoli resta anche il dubbio se il gioco valga la candela, poiché le stime più ottimistiche di questo mercato interno non raggiungerebbero neppure il 20% del fabbisogno totale.
Adesso che si parla di una nuova guerra fredda tra Occidente e Russia, lo shale gas si prepara comunque a rilanciare prepotentemente la sfida ai suoi detrattori. Chissà che l’emergenza energetica non spinga altri potenziali produttori come l’Ungheria con il suo giacimento meridionale di Makó, le Repubbliche Baltiche o i paesi balcanici come Serbia e Croazia ad accelerare i propri programmi. Con buona pace delle energie rinnovabili che l’isteria della crisi internazionale sembra aver fatto scomparire quasi del tutto dal dibattito attuale.

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