Yemen – La primavera intrappolata tra due fuochi

20140324-172453.jpgIn Egitto un tribunale ha condannato a morte più di cinquecento islamisti vicini al deposto presidente Morsi; in Siria l’abbattimento di un caccia in territorio turco infiammano le relazioni tra Assad e Erdogan; in Libano invece il governo ha schierato addirittura l’esercito a Beirut per contenere degli scontri interconfessionali che ogni giorno rischiano di degenerare in guerra civile.
Le notizie che hanno aperto questa settimana offrono un quadro più che esaustivo di cosa stia diventando il mondo arabo a tre anni dalle rivolte che forse hanno seminato più caos che speranza. Dalla cosiddetta fase ‘riformista’ della primavera araba, o meglio quella di rivalità tra Arabia Saudita e Qatar, conclusasi con lo schiaffo del ritiro da Doha degli ambasciatori dalla maggior parte delle petromonarchie, si è passati alla fase due del processo. In realtà niente di nuovo, essendo questa una replica della vecchia contrapposizione tra l’Arabia Saudita e l’arcirivale Iran, la quale si gioca tanto nei grandi teatri della Siria o dell’Iraq che in un luogo finito quasi nel dimenticatoio come lo Yemen.

Dopo la cacciata del presidente Ali Abdullah Saleh nel 2012, il paese è stato governato dal suo vice Hadi, che ha graziato il suo predecessore per la gente uccisa durante le rivolte, il che la dice già lunga su quanto siano effettivamente cambiate le cose nel paese. La politica non avrà lesinato gli sforzi per dimostrare la volontà di portare lo Yemen verso un sistema più democratico, ma la realtà dei fatti ridimensiona parecchio l’efficacia di questa transizione.
Il problema non è tanto la lentezza dei tempi o i dubbi che si possono avere su un processo di riforme guidato dagli stessi che hanno dominato il paese negli ultimi vent’anni, ma la sovranità effettiva del governo di Sana’a. A destare allarme ci ha pensato l’organizzazione Fund for Peace, che l’anno scorso ha collocato lo Yemen al sesto posto del suo Failed State Index, poco dietro Stati divenuti l’antitesi di questo nome come la Somalia, il Congo o il Sud Sudan.
Motivo di questo dubbio onore è il fatto che il futuro dello Yemen non sembra dipendere dai progressi istituzionali, che anzi sembrano avere un ruolo da comprimario rispetto allo scontro tra i gruppi radicali sunniti legati ai salafiti o al-Qaeda e quelli sciiti vicini al clan degli al-Houthi. Queste due fazioni hanno praticamente spaccato il paese come prima dell’unificazione del 1990, assecondando pulsioni secessioniste da entrambi i lati della barricata (i sunniti con il movimento secessionista delle regioni meridionali gli al-Houthi delle province del Nord).
Nell’estremo tentativo di attirare a sé queste schegge impazzite, il governo ha tentato di favorire un dialogo nazionale con incontri come quello che si è svolto lo scorso gennaio, dove ha partecipato anche il partito politico degli al-Houthi chiamato Ansarallah. Fa però discutere il piano di federazione che dovrebbe dividere lo Yemen in sei grandi regioni, che scontenta tanto i nordisti che i sudisti yemeniti.
Inoltre viene da chiedersi quale possa essere l’influenza di questi colloqui in un paese che nonostante il dialogo continua ad essere tenuto sotto assedio dalle forze fondamentaliste. A marzo gli al-Houthi hanno lanciato diverse offensive nei pressi della capitale Sana’a e anche al-Qaeda è passata all’attacco massacrando decine di soldati nella provincia di Hadramawt, dove l’autorità statale è di fatto solo formale.
A complicare la situazione ci si mettono i vicini sauditi e iraniani, che sono rispettivamente gli sponsor di al-Qaeda e degli al-Houthi. In modo simile a quanto sta avvenendo in Siria, Riyad e Teheran usano questi gruppi per esercitare la propria influenza su un paese ritenuto cruciale dell’area. Sembra però che questa guerra per procura non si sforzi più di tanto a far rientrare tutto il paese sotto la propria sfera d’influenza. Ciò perché uno Yemen unito e stabile finirebbe per diventare troppo difficile da gestire, avendo al contrario tutte le capacità per emergere come un potenziale rivale delle ambizioni regionali di entrambi. Divide et impera diceva una massima dei latini, un altro déjà-vu tanto per cambiare. Con buona pace della rivoluzione democratica.

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