Ucraina – Crimea, un referendum figlio del caos

20140317-171013.jpg“La Crimea è stata unita all’Ucraina […] senza ascoltare il popolo. Ieri quello stesso popolo ha corretto quell’errore”. A dirlo è un pezzo di storia del Novecento, Mikhail Gorbaciov, ultimo segretario del PCUS che ha giocato un ruolo fondamentale nello scioglimento dell’Unione Sovietica e la fine della guerra fredda. Secondo il premio Nobel per la pace del 1990, la scelta degli abitanti della Crimea non sarebbe di conseguenza una ragione sufficiente per imporre alla Russia delle sanzioni.

Il voto di ieri ha rispettato le previsioni con una maggioranza da far invidia ai livelli di blocco sovietico. Oltre il 95% della popolazione avrebbe scelto di tornare nelle braccia di Mosca, che si è subito congratulata di questa” grande prova democratica”. L’Occidente, Stati Uniti in testa, continuano invece a non riconoscere il referendum, dopo aver tentato domenica invano di bloccare il voto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, naufragato per un membro solo, ma pesante come un macigno, ovvero la Russia con diritto di veto (la Cina al contrario ha deciso di astenersi).
Come da buona crisi che si rispetti, la Crimea nei giorni scorsi aveva fatto raggiungere alla comunità internazionale emozioni veramente da cardiopalma. Prima la dichiarazione d’indipendenza del Parlamento di Sinferopoli, poi i morti nella città orientale di Donetsk, quindi l’esercito russo che si dice sconfini in territorio ucraino e infine il fallimento venerdì dei negoziati da Kerry e Lavrov. L’escalation insomma cresceva di ora in ora, facendo temere il peggio per domenica sera, quando si sarebbero chiuse le urne rigorosamente trasparenti, tanto per rispettare la segretezza del voto.
Per il momento la situazione è sotto controllo grazie ad una tregua firmata dai ministri di Difesa russo e ucraino fino a questo venerdì. Ma il blocco che sostiene l’integrità territoriale dell’Ucraina non ha aspettato molto per lanciare le sue prime contromisure, tra cui delle sanzioni per limitare la libertà di movimento e i beni di diverse personalità russe coinvolte nella crisi, come il primo ministro della Crimea Sergei Aksyonov presidente della Camera alta russa Valentina Matvyenko.
Proprio mentre scrivo il presidente americano Obama ha tenuto un nuovo discorso, dove ha ribadito il rifiuto di riconoscere il risultato del voto e la minaccia di nuove sanzioni, oltre ad un imminente viaggio in Europa del vicepresidente Joe Biden, che si riunirà con gli alleati orientali della NATO. Riferendosi proprio agli alleati dell’Alleanza atlantica, Obama ha parlato in termini non meglio precisati di “un impegno alla difesa collettiva a cui terremo fede”. Contemporaneamente a queste parole, l’Ucraina avrebbe intanto ritirato il suo ambasciatore dalla Russia.
Quale sarà l’esito di questa crisi dunque non è ancora molto chiaro. Si potrebbe dire che l’unica certezza in tutta questa storia sembra essere paradossalmente l’assenza di qualunque criterio, un elemento indispensabile da cui partire per costruire la base di un accordo.
Entrambe le parti continuano a rimanere egoisticamente sulla loro: l’Occidente che, per non ammettere il colossale errore di calcolo che ha commesso nel gestire la crisi Ucraina, sta cercando goffamente di tirare fuori gli artigli; la Russia che sta spendendo tutte le sue risorse (solo in Crimea o anche nell’Ucraina orientale?) a imporre alla comunità un’irreversibile fatto compiuto.
In tutto questo merita una menzione particolare il caso del Kosovo, richiamato dai sostenitori della secessione ucraina come precedente per legittimare il voto di ieri. Entrambi avrebbero ad esempio in comune la minaccia del governo centrale verso una minoranza. Ora se è vero che il governo di Kiev, in cui siedono anche gruppi neonazisti, ha manifestato rigurgiti di questo tipo sporadici ma non per questo meno discutibili, in Serbia tale pericolo si è esplicato in maniera molto più sistematica e anche in maniera relativamente indisturbata per diversi anni, fino a quando la situazione non è degenerata ad un punto tale che NATO ha deciso d’intervenire.
Tralasciando la discussione sulla legittimità formale o meno della suddetta guerra in Kosovo, bisogna poi aggiungere che dalla fine delle ostilità al referendum che ha sancito l’indipendenza di questa regione dalla Serbia sono passati quasi nove anni. Un lasso di tempo che permette, almeno oggettivamente, un periodo più che sufficiente per dibattere in modo consapevole sull’eventualità o meno di una secessione. In Crimea al contrario questo non si è verificato, dando l’impressione che le forze a favore della secessione volessero forzare le lancette dell’orologio il più possibile in avanti nel timore che ad aspettare troppo si finisse col perdere il momentum.
Una curiosità: il 2014 verrà probabilmente ricordato come l’anno dei referendum secessionisti. Ieri si è avuto quello di Crimea, a settembre è previsto quello per la Scozia e a novembre quello per la Catalogna in Spagna. Non solo, ma in questi giorni si sta votando addirittura un referendum autorganizzato sull’indipendenza del Veneto, che sinceramente non capisco per il mancato invito alla consultazione, in virtù dall’antico passato comune, della gente di Dalmazia, Morea o Creta, per non parlare di Cipro. Se dobbiamo proprio fare i nostalgici, almeno facciamolo bene.

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