Siria – La bestia nera della guerra contro Assad

20140312-175513.jpgUn filmato diffuso pochi giorni fa dalla rete mostra le immagini di un edificio apparentemente abbandonato, dove un gruppo di persone viene fatto inginocchiare da un gruppo di uomini armati. Tra le persone piegate a terra ci sono degli adulti con la kefiah, il velo tradizionale dei popoli mediorientali, ma anche dei ragazzini con delle t-shirt colorate.
Attendono tutti in silenzio, mentre i loro sequestratori in uniforme e cappuccio si mettono a chiacchierare davanti alla telecamera, come se stessero girando un filmato amatoriale durante una vacanza. Forse anche per questo lo spettatore rimane scioccato dal momento in cui i miliziani alzano improvvisamente i loro fucili e fanno fuoco per massacrare le persone davanti a loro, non avendo pietà neppure per gli adolescenti. Questa è ISIL, il volto sempre più mostruoso dell’inferno siriano.

La guerra civile si avvicina ormai al suo terzo anniversario (15 marzo), con i media che sembrano essersi assuefatti ad un orrore dai numeri per nulla trascurabili: i morti che oscillano tra 130.000 e i 200.000, almeno altri 100.000 dispersi e 5 milioni di rifugiati, a cui si aggiungono gli altrettanto irreparabili danni culturali nei vari siti storici del paese come le vestigia romane di Palmira e quelle islamiche di Aleppo.
In questo caos totale che non sembra avere ancora nessuna via d’uscita, la Siria ha di fatto cessato di esistere come Stato vero e proprio. Ciò perché la lunghezza di questo conflitto ha complicato parecchio gli equilibri in campo, nel senso che a adesso a fronteggiarsi non ci sono più soltanto il regime di Bashar al Assad e i ribelli dell’Esercito Siriano Libero (ESL), ma si è aggiunto un terzo incomodo che non si accontenta di imperversare soltanto nelle terre di Damasco.
Si tratta appunto dell’ISIL, i miliziani jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, un gruppo affiliato ad al-Qaeda nato ai tempi della guerra in Iraq del 2003, che sembrava essersi indebolito con il relativo rafforzamento delle istituzioni irachene. A dargli nuova linfa è stata proprio la guerra civile siriana, la quale ha dato nuovo sfogo a queste milizie, grazie anche all’iniziale fronte comune tra loro e i rivoltosi laici in un momento in cui sembrava imminente la caduta del regime.
Ma il momento decisivo alla fine non è arrivato e gli sviluppi hanno finito per replicare in Siria uno scenario molto simile a quello avvenuto con la guerra maliana del 2012. In questo conflitto infatti la rivolta tuareg-islamista, dopo la vittoria contro il governo centrale, finì per spaccarsi in due a vantaggio della fazione islamista, che cacciò via dalle zone conquistate gli alleati beduini.
In Siria anche se non c’è stato il trionfo contro Assad, le cose sono andate più o meno allo stesso modo. Mentre le truppe laiche, logorate da un combattimento divenuto ormai interminabile, faticavano ad ottenere il sostegno di una comunità internazionale divisa, i jihadisti venivano rafforzati dall’arrivo di volontari da tutto il mondo e dai fiumi di denaro della monarchia saudita, uno dei principali alleati americani e nello stesso tempo sponsor principale dei gruppi fondamentalisti. E questo a lungo andare ha spostato l’equilibro a favore dell’ISIL, che ormai considera l’ESL un nemico pari ad Assad. Il risultato è stato lo sfrattato dei laici da molte aree della Siria nordorientale e la cattura di parecchi suoi sostenitori da parte dei terroristi che hanno messo in opera punizioni intimidatorie come quella di cui abbiamo raccontato all’inizio dell’articolo.
La rinascita del movimento in Siria ha avuto delle conseguenze anche nei paesi limitrofi, a cominciare da un’Iraq tutt’altro che ristabilito dopo il ritiro americano, dove l’ISIL ha lanciato una campagna offensiva contro diverse città occidentali del paese, tra cui Fallujah che sarebbe ancora sotto controllo dei loro guerriglieri.
Lo scorso gennaio l’ISIL si è fatto vivo anche in Libano, un paese che rischia a sua volta la guerra civile per via della forte risonanza del conflitto siriano sul già complicato quadro politico libanese. I terroristi dell’ISIL hanno lanciato la loro dichiarazione di guerra con una serie di attentati ad autobomba nella capitale Beirut, prendendo di mira le roccaforti del movimento politico sciita di Hezbollah, uno dei maggiori alleati di Assad che partecipa attivamente nella lotta contro i suoi oppositori.
Malgrado l’indifferenza generale, il quadro siriano resta dunque molto grave sia dal punto di vista umanitario che di quello regionale. Alle grandi potenze pare essere bastato aver trovato l’accordo sullo smaltimento delle armi chimiche, così da mettere al più presto nel cassetto un dossier che per i suoi molti punti critici nessuno si augura di dover mai affrontare sul serio. Ma la bomba è sempre lì pronta ad esplodere in un contesto internazionale che, a causa di eventi ben più noti, potrebbe ritrovarsi troppo diviso per riuscire a disinnescarla in tempo.

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