Nicaragua – Il Gran Canale made in China

20140310-134328.jpgSi candida senza mezzi termini ad essere il progetto ingegneristico del secolo. Quasi 300 chilometri di canali serviti da ferrovie, aeroporti e zone di libero scambio. Un’investimento di prim’ordine che raggiunge la bellezza di 40 miliardi di dollari e dopo il suo completamento promette di far circolare molti più soldi, grazie al ruolo strategico che rivestirà l’opera dopo il suo completamento, previsto se tutto andrà bene nel 2019-2020. Stiamo parlando del Gran Canale del Nicaragua (GCN), la via d’acqua che punta a scalzare Panama dal ruolo di passaggio interoceanico nella speranza di far crescere una delle economie più povere al mondo.

Nonostante l’iter per la costruzione del Canal de Nicaragua sia ufficialmente iniziato la scorsa estate, il progetto non è affatto una novità come si potrebbe pensare. I primi sondaggi sul terreno iniziarono addirittura ai tempi della dominazione spagnola, mentre all’inizio dell’Ottocento vennero fatte alcune proposte sui possibili tracciati del canale, di cui una proveniente dalla Francia di Napoleone III, la quale era stata a sua volta uno dei maggiori sponsor per la costruzione del canale di Suez.
Dopo la ritirata francese nell’area, la palla passò in mano agli Stati Uniti che, dopo varie vicissitudini e dissuasi da preoccupanti attività del vulcano nicaraguense di Momotombo, preferirono realizzare il progetto rivale del canale di Panama, sul quale l’America ha avuto una speciale concessione sino al 1999.
Nel frattempo il GCN è rimasto congelato per oltre un secolo, a causa anche della presenza in Nicaragua di governo ostile a Washington come quello salinista-marxista di Daniel Ortega, presidente dal 1985 al 1990 e di nuovo dal 2007 ad oggi. Non stupisce dunque che Ortega, il quale ha da poco incassato una riforma costituzionale che gli consentirebbe in candidarsi per un ulteriore mandato fino al 2021, abbia tentato di resuscitare il piano del GCN rivolgendosi ai maggiori competitors dell’America come la Russia e la Cina.

20140310-134357.jpgAlla fine la risposta è arrivata dalla Cina di Xi Jinping, dove la compagnia appositamente costituita Hong Kong Nicaragua Canal Development Investment Co. si occuperà dei finanziamenti e della realizzazione del canale, godendo in cambio di una concessione sul pedaggio della durata di 50 anni, per di più rinnovabili. Il colpo segnato di Beijing (Pechino) è molto vantaggioso, in quanto il GCN è stato studiato appositamente per un tonnellaggio di navi molto superiore a quello che passa attualmente in Panama, dove peraltro sono già in corso dei lavori per allargare il canale entro l’anno prossimo. Questa scelta oltre a rispondere ai flussi di merci crescenti nell’area, consentirà l’attraversamento di petroliere sempre più grandi che da paesi esportatori d’idrocarburi come il Venezuela o il Brasile si dirigono verso le affamate economie asiatiche.
Il quadro ovviamente preoccupa molto la Casa Bianca, che vede nell’ingresso cinese un pesante ribilanciamento degli equilibri regionali, per giunta in un paese non molto lontano dai loro confini. Di sicuro un’opera come il GCN rafforzerebbe gli scambi commerciali tra l’America Latina e la Cina, ma anche tra questi e molti altri paesi emergenti tra cui India e Sudafrica. Un flusso di ricchezze del genere dovrebbe garantire anche una solida crescita allo stesso Nicaragua, sempre che la corruzione endemica non dreni buona parte delle risorse nelle mani dei soliti noti.
Inoltre destano allarme le possibili conseguenze ambientali del futuro traffico navale, in particolare nel tratto che interessa il lago del Nicaragua. Questo bacino è infatti utilizzato per l’irrigazione di alcune delle principali produzioni agricole nicaraguensi come caffè o zucchero, che potrebbero venire compromesse dai rischi d’inquinamento legati al passaggio di decine di migliaia di navi all’anno.
Allo stato delle cose i lavori per il nuovo canale interoceanico sembrano destinati a prendere il via tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2015. È degna di nota la partecipazione del nostro paese – già presente nei cantieri di Panama con la Salini Impreglio – che si occuperà nell’ambito di un accordo tra l’Università di Calabria e il governo di Managua di formare gli scienziati e i tecnici impiegati nel progetto.

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