Egitto – Grandi manovre per le presidenziali

20140226-112654.jpgMissione compiuta, quindi ci dimettiamo. Questa la curiosa spiegazione che ha dato il governo egiziano del premier Hazem al-Beblawi nell’annunciare lunedì scorso in televisione il proprio ritiro. E quali sarebbero i successi che invece di promuovere l’esecutivo hanno paradossalmente segnato la sua volontaria uscita di scena? L’approvazione della nuova Costituzione e la messa in sicurezza delle città secondo alcuni. Oppure spianare la strada alle imminenti presidenziali di aprile per il generale Abdel Fatah al-Sisi secondo altri.

A succedere all’economista al-Beblawi, già ministro delle Finanze del primo governo post-Mubarak di Essam Sharaf, sarà un ministro del vecchio faraone, Ibrahim Mahlab, il quale, nonostante la “stabilizzazione” vantata da al-Beblawi, tra i suoi primi interventi ha subito parlato del “terrorismo da schiacciare in ogni angolo del paese”.
Un terrorismo che ha il volto dei guerriglieri jihadisti dell’ISIS (i gruppi fondamentalisti che operano tra la Siria e l’Iraq) e delle autobombe che hanno colpito soprattutto il Sinai, falciando indiscriminatamente soldati e turisti che hanno sempre meno voglia di avventurarsi, e portare soldi, in quella che sta diventando una terra di nessuno.
C’è poi quel terrorismo che ha un volto più sfumato, ossia quello rappresentato dai ‘nemici del popolo’ come i Fratelli Musulmani, banditi dalla società e massacrati a centinaia dopo la caduta del loro presidente Morsi, o i giornalisti che avendo osato documentare la repressione in atto delle forze armate vengono accusati di collaborazionismo con i fuorilegge.
A questo riguardo a fine gennaio si è aperto finalmente il processo contro un venti giornalisti accusati di aver messo in pericolo la sicurezza del paese. Tra loro ci sono anche i reporter di Al Jazeera (Peter Greste) di cui avevamo parlato già qualche tempo fa, ma anche di testate straniere come la giornalista Rena Nejtes del quotidiano olandese Het Parool. Sugli imputati si profilano pene che vanno dai 5 ai 15 anni di carcere e il processo è stato aggiornato per il prossimo 5 marzo in barba alle proteste internazionali.
L’indifferenza della classe dirigente egiziana per le critiche internazionali in fondo non stupisce. Negli ultimi mesi si è verificato infatti un riposizionamento strategico che sta dando una legittimazione più che solida a quello che si annuncia come un nuovo regime militare. Dopo la ritirata del Qatar, il cui ruolo di sponsor dei Fratelli Musulmani lo hanno reso prima il trionfatore e poi il grande sconfitto della primavera araba, in Egitto sono subentrati due grandi attori che a differenza dell’Occidente non si fanno tanti scrupoli a scambiare la democrazia con la stabilità regionale.
Il primo sono le petromonarchie guidate dall’Arabia Saudita, che hanno fin da subito riempito le casse del Cairo di miliardi di dollari per risollevare un economia che dalla crescita del PIL del 7% registrata nel 2009 è crollato nel 2013 al 1-2%. Il secondo è la Russia, dove in occasione della visita di al-Sisi in qualità di ministro della Difesa a metà febbraio a Mosca, il presidente Putin ha fatto al generale i suoi migliori auguri alle prossime presidenziali, sebbene non si fosse ancora (e non lo è tuttora) candidato ufficialmente. In più, tanto per gradire, al-Sisi se n’è tornato a casa con un bell’accordo di 3 miliardi di forniture in armi russe.
Questa fluidità ha stupito persino l’America, che prima di essere lasciata completamente fuori dall’Egitto ha accantonato messo i toni di rappresaglia e ripristinato il flusso di aiuti con cui ha mantenuto la sua influenza per oltre trent’anni. Sottoscrivendo di fatto il nuovo corso che si sta profilando all’orizzonte, sul quale sembra non avere più molto capitale da spendere tranne l’eventuale carta del ritorno sulla scena dell’Iran. Tornando agli eventi egiziani rimane la certezza che a parte le ONG, la sempre più circoscritta piazza Tahrir e le voci che si muovono in ordine sparso, gli ostacoli che si frappongono tra al-Sisi e la conquista dell’Egitto sono veramente pochi.

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