Somalia – Nessuno al sicuro

20140221-170950.jpgQuesta mattina il gruppo terrorista al Shabaab ha lanciato contro il governo somalo un messaggio che nessuno si sarebbe mai potuto aspettare da quando i suoi miliziani si sono ritirati da Mogadiscio nell’agosto 2011. E lo ha fatto attaccando direttamente Villa Somalia, il palazzo-fortino presidenziale dove risiede l’attuale capo di Stato Hassan Sheikh Mohamud. L’azione è stata a dir poco spettacolare: all’inizio c’è stata una sparatoria che serviva a coprire l’arrivo di un’autobomba, la cui esplosione è servita a demolire le fortificazioni esterne per consentire ai combattenti di entrare nel compound e proseguire la battaglia contro le restanti forze di sicurezza. Quest’assalto, il primo in assoluto contro Villa Somalia dall’inizio delle ostilità, è servito principalmente a dimostrare al presidente Mohamud che la guerra tra lui e i jihadisti è tutt’altro che conclusa.

Gli scontri, che secondo alcuni testimoni avrebbero lasciato un raccapricciante spettacolo di “pezzi di carne e sangue” sparsi ovunque, si sono conclusi con una decina di morti da parte di al Shabaab e almeno due morti tra i soldati governativi. L’attacco contro il presidente in sostanza sarebbe fallito, ma l’obiettivo scelto e la virulenza dell’azione hanno probabilmente raggiunto lo scopo ben più importante di allarmare le autorità sulla minaccia terrorista. In questo senso andrebbe anche un altro attentato, avvenuto appena una settimana contro un convoglio ONU nei pressi del superprotetto aeroporto di Mogadiscio, che ha causato altri sei morti.
Nonostante la riconquista di Mogadiscio nel 2011, il governo sostenuto dalle Nazioni Unite e dalle oltre ventimila truppe dell’Unione Africana non ha ancora recuperato la piena sovranità sui territori che formalmente gli appartengono. Mentre le regioni settentrionali del Somaliland e del Puntland stanno per abbracciare una strada secessionista in via quasi definitiva, il resto della Somalia è diviso in quelle che si possono definire tre zone d’influenza.
La prima è quella che risponde al governo legittimo (Mogadiscio, il porto meridionale di Chisimao e dintorni), poi ci sono le ampie zone rurali tra i fiume Giuba e Scebeli in mano alle milizie islamiche e infine le regioni di confine al momento controllate dalle truppe dei paesi limitrofi che sono intervenuti al fianco del governo ufficiale, come Etiopia e Kenya. L’ingresso di questi due paesi, in passato acerrimi nemici di Mogadiscio, nel conflitto somalo in verità ha fatto molto discutere circa i loro reali interessi.
Il Kenya in particolare viene accusato di favorire la causa autonomista del Jubaland, una regione meridionale che confina direttamente con lui e che spera di far entrare nella propria orbita nella speranza di sfruttarne i potenziali giacimenti di petrolio e gas, i terreni molto fertili e l’importante porto strategico di Chisimao.
L’impegno militare del Kenya – accompagnato dal Burundi e da un altro attore ambizioso come l’Uganda – ha attirato tanto le ire dei fondamentalisti che lo hanno ringraziato con l’attentato dello scorso settembre al centro commerciale di Nairobi, che dell’Etiopia! aspirante leader regionale di lungo corso. Addis Abeba vede infatti nel protagonismo keniota una seria minaccia alla propria supremazia, ragion per cui a dispetto dei ripetuti annunci di ritiro ha deciso di mantenere la sua presenza militare in Somalia, anche per contenere il fondamentalismo islamico prima che trasbordi dentro i suoi stessi confini.
Intanto che continuano questi giochi politici che hanno trasformato il Corno d’Africa in una torta da spartire tra gli attori più forti, l’Ufficio ONU per il coordinamento degli affari umanitari ha presentato cifre veramente drammatiche. Si calcola che in Somalia vi siano due milioni di sfollati e altrettanti che muoiono di fame, mentre gli ultimi tre anni di lotta armata hanno causato la morte di oltre 250.000 persone. Considerando la divisione che continua a segnare il paese, le probabilità che queste cifre siano destinate a rimanere tali o addirittura a peggiorare purtroppo sono molto elevate.

Foto Maareg.com

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