Pakistan – Un rapimento per tacere sulla guerra dei droni

20140212-164757.jpgKareem Khan aveva una buona ragione per detestare i droni, gli aerei senza pilota che sono diventati la nuova frontiera della lotta al terrorismo. Cinque anni fa uno di questi velivoli durante un suo attacco nel Nord Waziristan, situata nella caldissima regione tribale confinante con l’Afghanistan e meglio conosciuta come FATA, gli aveva ucciso il fratello e il figlio. Per questa tragedia Kareem aveva avviato una causa legale, che metteva in accusa la stessa CIA.
La sua storia lo avrebbe presto trasformato in uno dei capifila del movimento anti-drone in Pakistan, ragion per cui era prevista in questi giorni una sua visita a Londra, dove avrebbe testimoniato per far luce su un programma militare che ha complicato non poco le relazioni tra Washington e Islamabad. Probabilmente sono state preoccupazioni del genere a spingere qualcuno ad arrestarlo e a farlo sparire dalla circolazione prima che si potesse imbarcare.

“La polizia nel suo rapporto dice che lo hanno preso degli uomini in uniforme, ma dice anche che queste persone non erano poliziotti” è il commento di Shahzad Akbar, il legale di Khan, nel descrivere il misterioso arresto del suo cliente, avvenuto la settimana scorsa a Rawalpindi, nella regione settentrionale del Punjab.
Stando alle ricostruzioni un gruppo di una dozzina, ma alcuni dicono anche una ventina, di uomini sarebbe entrato nella residenza di Khan, da cui lo avrebbero prelevato per poi condurlo in un luogo rimasto al momento sconosciuto. Il mandante più accreditato di questo rapimento sarebbero i temibili servizi segreti pakistani, di cui fa parte l’onnipotente apparato dell’ISI, divenuto celebre tanto per il suo collaborazionismo con l’intelligence americana che per il ruolo ambiguo giocato con i talebani.
A confermare questi sospetti ci ha pensato oggi un giudice dell’Alta Corte di Lahore, che ha chiesto al governo di Nawaz Sharif, che almeno a parole si dice anche lui contro l’utilizzo dei droni, di liberare Khan o di fornire almeno una valida giustificazione al suo improvviso arresto. La vicenda ha attirato l’attenzione anche di Amnesty International e degli stessi parlamentari britannici che attendevano l’arrivo a Londra di Khan, come il laburista Tom Watson che osserva “è sparito proprio quando stava per dare ai deputati europei una gran quantità d’informazioni”.
L’utilizzo dei droni per eliminare obiettivi sensibili tra i gruppi terroristici annidati sopratutto in Afghanistan, Pakistan, Yemen o Somalia – Israele li userebbe invece a Gaza – è iniziato intorno al 2004, ma ha ricevuto un grande impulso sotto l’amministrazione Obama, in linea con la sua campagna di disimpegno delle forze convenzionali nell’area. Nell’arco di dieci anni nel solo Pakistan le vittime dei droni ammonterebbero a tremila, di cui diverse centinaia sarebbero tra civili innocenti, come quelli che sono morti lo scorso novembre in un attacco ad una scuola nel distretto nord-occidentale di Hangu, dove oltre ai militanti islamisti hanno perso la vita alcuni studenti. Tantissimi anche i bambini uccisi dai droni.
Questa situazione ha alimentato molta tensione tra il governo pakistano e gli Stati Uniti, che nel tentativo di placare un importante alleato regionale hanno promesso di ridurre l’utilizzo dei droni, se non addirittura di smettere. Eppure le resistenze negli ambienti militari e d’intelligence che vantano l’efficacia su questo strumento sono dure a morire. Non importa che ad ogni obiettivo eliminato ne subentri sempre un altro, scatenando una caccia all’infinito che un influente analista della CIA come Bruce Riedel ha sintetizzato così: “Combattere al-Qaeda con i droni è come distruggere un alveare colpendo un’ape alla volta. Puoi distruggere tutte le api, ma non l’alveare”.

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