Niger – L’ultimo baluardo prima della catastrofe subsahariana

20140205-165855.jpgÈ incredibile come sia riuscito a reggere nonostante fosse circondato da nemici sprofondati nel caos. Stiamo parlando del Niger, paese subsahariano che confina con fronti caldi come la Libia, il Mali e la Nigeria.
Eppure la sua stabilità non dev’essere data per scontata, prima di tutto perché il popolo nigerino non è meno povero o diviso di chi ha avuto più sfortuna di lui. Ma anche perché se Niamey dovesse collassare per effetto di questi fattori le conseguenze geopolitiche sarebbero a dir poco devastanti.

La popolazione del Niger è suddivisa in almeno una dozzina di diverse etnie, le quali si contraddistinguono per il luogo in cui hanno imparato ad adattarsi. Nelle regioni settentrionali in prossimità del Sahara ad esempio si trovano i tuareg che vivono da nomadi e di allevamento esattamente come i loro cugini algerini o maliani. Nel sud più fertile al contrario predominano famiglie più dedite all’agricoltura come gli Hausa e i Djerna-Songhai, che costituiscono peraltro la parte più consistente dei suoi diciassette milioni di abitanti totali.
Questa differenziazione non ha mancato di provocare tensioni, che non riguardano soltanto gli aspetti puramente culturali, ma la difficoltà di spartirsi le risorse di un territorio di suo molto difficile. Da questo punto di vista il governo dispone di una risorsa che forse potrebbe mitigare questa sensazione di disuguaglianza: l’uranio.
Il Niger è infatti uno dei primi produttori d’uranio al mondo, un minerale che offrirebbe al paese immense risorse da destinare ad infrastrutture e programmi di sostegno. Peccato che ci sia un terzo incomodo a guastare la festa, ossia la compagnia francese Areva, che paga l’uranio una miseria e si oppone a qualunque tentativo di Niamey di alzare il tetto delle royalties.
“Il Niger […] resta uno dei paesi più poveri al mondo […] mentre Areva è diventata una delle più forti compagnie del pianeta. Non è paradossale?” ha commentato al riguardo il ministro nigerino per le miniere Omar Hamidou Tchiana.
I dati del resto parlano chiaro. Oltre la metà degli abitanti del Niger ogni giorno vivono con meno di un dollaro al giorno, la mortalità infantile è la più alta al mondo e il livello di alfabetizzazione non supera un misero 30%. Un tale quadro rende perciò il paese un terreno molto fertile per le forze destabilizzanti che stanno mettendo in ginocchio i suoi vicini.
Il pericolo maggiore viene non tanto dal contagio della ribellione tuareg che ha colpito il Mali – dove i negoziati tra il movimento MLNA e il governo di Bamako, che ha dovuto chiedere aiuto da fuori per riconquistare il nord secessionista, procedono molto a rilento – ma da quello fondamentalista islamico.
Ora il Niger è un paese quasi totalmente di fede musulmana (più del 90%) e questo, unito alle pessime condizioni in cui versa la maggior parte dei nigerini, potrebbe convincere molti di coloro che appartengono alle fasce più povere a creare o aderire a gruppi radicali che sono emersi in contesti molti simili, come il Boko Haram in Nigeria o le milizie jihadiste nel Mali.
Non dimentichiamo inoltre che c’è un’altra frontiera potenzialmente esplosiva, vale a dire quella nord-orientale con la Libia, dove brulicano bande tribali di fatto autonome da Tripoli che si dilettano in un lucroso commercio di armi oltre confine.
Di sicuro a Niamey qualcuno avrà preso da tempo in considerazione l’eventualità che queste armi possano entrare anche in Niger, armando dei ribelli che prima o poi si sentiranno abbastanza forti da sfidare il potere centrale, saldando nel peggiore dei casi la propria causa con quella degli altri così da creare un enorme e incontrollabile continuum subsahariano di matrice jihadista.
Potrebbe essere coerente con questa paura l’appello che proprio oggi il ministro dell’Interno nigerino, Massoudou Hassoumi, ha lanciato all’Occidente per intervenire nel ‘santuario del terrorismo’, un modo diciamo affettuoso di rivolgersi alla Libia.

Foto AFP

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