Russia – Vecchi rancori alle porte di Sochi

20140131-165306.jpg Mancano ormai pochissimi giorni all’inizio delle Olimpiadi invernali di Sochi, dove l’attenzione resta alta anche a causa dei numerosi attentati che dallo scorso dicembre hanno colpito la città di Volgograd e le regioni più calde del Caucaso come il Daghestan.
Ma ad accrescere la tensione attorno a Sochi non è soltanto il terrorismo islamico, usato forse come pretesto dalla Russia per gettare sale nella ferita ancora fresca che ha inflitto in quello che si potrebbe definire il suo vicino più riottoso: la Georgia.

Quasi sei anni dopo aver umiliato Tbilisi nella guerra lampo dell’agosto 2008, Mosca torna a far infuriare i georgiani istituendo un posto di blocco nel bel mezzo dell’Abkhazia, una delle due regioni georgiane (l’altra è l’Ossezia del Sud) che nel conflitto hanno combattuto al fianco della Russia per dichiarare poi unilateralmente la loro indipendenza.
Da allora le due regioni sebbene formalmente restino ancora sotto la sovranità della Georgia, hanno realizzato una secessione riconosciuta da una manciata di paesi, di cui i più importanti sono la Russia e il Venezuela. Proprio in questi giorni le truppe russe hanno installato un posto di blocco nella cittadina costiera abkhaza di Bagpish, ad una decina di chilometri dentro il confine, scatenando immediatamente le proteste del governo georgiano che parla di una sfacciata violazione di sovranità. Il governo dell’Abkhazia e la Russia da parte loro minimizzano la faccenda, giustificando lo sconfinamento con l’incapacità della Georgia di garantire la sicurezza perché “non sa riconoscere la situazione effettiva del territorio”.
Per il momento il posto di blocco, corrispondente ad uno di epoca sovietica che all’epoca si dice intercettasse soprattutto il contrabbando di mandarini, è destinato a rimanere in funzione fino a marzo inoltrato. In questo stesso periodo ricomincerà anche il giro di colloqui a Ginevra tra Russia, Georgia e le due repubbliche indipendentiste. Ma viste le pessime relazioni tra i due maggiori contendenti – i diplomatici georgiani si accontentano di “non peggiorare i rapporti”, figuriamoci migliorarli – o i continui fallimenti che hanno caratterizzato questi cinque anni di negoziati, a cui si somma quest’ultima provocazione delle olimpiadi, il clima non promette di essere tra i più favorevoli.

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