Tunisia – La precaria isola felice ai margini dell’inverno arabo

20140127-174226.jpgDopo il voto i parlamentari si sono abbracciati tra di loro e mentre sventolavano le bandiere si sono messi a cantare insieme l’inno nazionale. È un’immagine d’inconsueta armonia quella vista nell’Assemblea costituente tunisina che ieri ha finalmente approvato con 200 voti su 216 la nuova Costituzione. A differenza dell’Egitto, di cui è da poco giunta la notizia di un nuovo generale quasi certamente candidato alle presidenziali, la rivoluzione tunisina sembra essere riuscita a dare i suoi primi frutti. Sarà veramente così?

Nel dettaglio la nuova Carta prevede un governo bicamerale e repubblicano, come viene rimarcato anche nel primo articolo. Altro elemento notevole è il riconoscimento, caso unico nel mondo arabo, della parità tra uomo e donna, un valore da non dare per scontato in un paese che ha fatto molto discutere per il caso della Femen Amina, costretta a fuggire dalla rabbia degli integralisti islamici.
Ricollegandoci al discorso religioso c’è da segnalare qualche passaggio ambiguo del primo articolo. Sebbene la nuova Costituzione garantisca la libertà di culto e riduca sensibilmente i riferimenti alla Sharia – aspetto su cui insisteva l’ex partito di maggioranza Ennahda – l’Islam resta la religione di Stato come pure il divieto ad “attaccare ciò che è sacro”, una voce questa che lascia aperti molti punti in sospeso.
Molti i dubbi anche da parte della società civile, anche se a preoccupare di più gli animi sono la debolezza del governo e le minacce provenienti dal contesto regionale. Nel primo caso l’esecutivo islamista guidato da Ennhada è stato travolto dal persistere dei problemi economici che hanno portato alla caduta dell’ex padrone Ben Ali e dalle tensioni sociali che hanno scatenato veri e propri omicidi pollici. Le conseguenze di ciò sono state la caduta di due premier (Hamadi Jebali e Ali Laarayehd) nel giro di nove mesi, fino alla nomina sempre ieri del governo tecnico dell’indipendente Mehdi Joma, un ex industriale che dovrà amministrare il paese fino alle prossime elezioni.
C’è poi la questione di un Nord Africa e un Medio Oriente in preda alle convulsioni interne, a cominciare dall’Egitto e dalla Libia che stanno entrambi assistendo (con alterne fortune) ad una guerra aperta tra il potere centrale e gruppi ribelli di matrice prevalentemente islamista. Il timore è che la crescente militanza di questo genere di gruppi possa contagiare anche quelli tunisini, tra cui il movimento Ansar al Sharia dichiarato fuorilegge dallo scorso agosto.
Nonostante tutte queste incognite bisogna riconoscere però alla Tunisia una seria volontà di conciliare le forze islamiste a quelle secolari che nel resto dell’area è stata purtroppo assente. Non sarà questo un punto di partenza risolutivo, ma se lo avessimo trovato anche in Libia, Egitto o Siria gli sviluppi di adesso non sarebbero forse tutti gli scenari di violenza o di anarchia come quelli a cui ci siamo anche un po’ assuefatti.

Foto Reuters

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