Giappone – Taiji, il cimitero dei delfini

TaijiNel 2009 uscì un film di Louie Psihoyos, fotografo del National Geographic, intitolato The Cove. La pellicola è stata poi premiata agli Oscar dell’anno successivo come miglior documentario, ma nonostante questo successo l’opera è ancora censurata in Giappone. Questo perché racconta di un luogo che ha fatto discutere tutto il mondo: la baia di Taiji, nell’isola meridionale di Honshu, dove ogni anno vengono uccisi in modo spesso crudele centinaia di delfini.

La pesca dei delfini, come quella delle balene, è considerata in Giappone un’antica tradizione e la baia di Taiji viene ricordata come luogo di caccia ideale da più di trecento anni. A far discutere oltre al consumo di carne di una creatura giudicato immorale specialmente dall’Occidente è il modo con cui i delfini vengono uccisi. 

All’inizio i branchi sono avvicinati dalle navi dei pescatori che immergono parzialmente dei tubi metallici e poi li battono con dei martelli, così da disturbare con il rumore i delfini che vengono costretti a deviare verso la baia. Qui sono poi intrappolati da una rete, dove i cetacei nel tentativo di raggiungere chi è rimasto libero si scontrano tra loro riportando numerose ferite. Ma il peggio è quando i pescatori decidono di ucciderli, cosa che avveniva di solito tagliano loro la gola o le arterie provocandone la morte per dissanguamento. 

Grazie a The Cove questa pratica crudele è stata messa pubblicamente in discussione, facendo discutere al governo giapponese un metodo ‘più umano’, come ad esempio forare il cervello per ucciderli all’istante o tagliandogli la spina dorsale. Ma di mettere in discussione la pratica in sé non se ne parla proprio. Questa settimana ad esempio a Taiji sono stati catturati circa 500 delfini, di cui un quinto è stato ucciso per essere venduto al mercato. Il resto sarebbe stato rilasciato anche se per le associazioni ambientaliste i quattro giorni di prigionia hanno lasciato i ‘fortunati’ parecchio denutriti e pieni di ferite.

Il sindaco di Taiji Kazutaka Sangen respinge le critiche, dicendo che sono l’opinione di “gente che vuole solo attirare l’attenzione e fare cassa”. Secondo lui i pescatori “stanno semplicemente esercitando i loro diritti di pesca” e il governo gli fa eco vantando i “metodi di caccia meno crudeli” e richiamando all’attenzione il fatto che la legge è dalla loro pare, poiché i delfini non sono protetti dalla Commissione internazionale per la caccia alle balene.  

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