Uganda – L’astuto poliziotto dei Grandi Laghi

20140117-234050.jpgHa truppe in Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana e adesso anche in Sud Sudan. Ovunque ci sia una crisi nel continente africano, deve dire la sua con un intervento militare o correndo in prima fila negli incontri multilaterali.
Stiamo parlando di quello che si potrebbe chiamare il poliziotto d’Africa, l’Uganda, un paese grande quanto la Romania e abitato da trenta milioni di anime. Il suo recente protagonismo regionale ha sorpreso le cancellerie internazionali, ingraziandosi grandi potenze come gli Stati Uniti, che riconoscono nell’esercito ugandese un ottimo strumento di stabilità regionale. Ma gli interventi di Kampala sono veramente così disinteressati come sembra?
Con una rivelazione che in realtà non ha sorpreso più di tanto, il presidente ugandese Yoweri Museveni ha ammesso ieri che i 1.600 soldati delle Forze di difesa del popolo ugandese (UPDF), mandati in Sud Sudan a rimpatriare i loro connazionali, hanno ormai iniziato a combattere contro i ribelli guidati da Riek Machar.
Ora se da un lato è naturale che Museveni si schieri al fianco del presidente Salva Kiir per il bene dello status quo, dall’altro la fazione di Machar è considerata una minaccia anche dal punto di vista economico. Ciò perché in molti sospettano che i rivoltosi siano marionette del presidente sudanese Omar al-Bashir, il quale vorrebbe far saltare assieme al governo di Kiir anche la costruzione di un oleodotto verso il Kenya (con l’Uganda come tappa intermedia) che ridurrebbe la dipendenza di Juba dalle infrastrutture del suo vicino settentrionale.
Molto più ambigua è invece la presenza delle truppe dell’UPDF negli altri teatri, a cominciare dalla Repubblica Democratica del Congo. Qui Kampala sembra portare avanti un doppio gioco, aiutando il governo di Kinshasa a combattere dei ribelli che in fondo sostiene lei stessa allo scopo di mantenere una sfera d’influenza sulle regioni orientali della RDC ricche di risorse minerali e petrolifere. Uno di questi gruppi al servizio dell’Uganda – vi combattono persino elementi dell’esercito ugandese – è l’Armata nazionale per la liberazione dell’Uganda, la cui missione fino agli anni Ottanta e Novanta era in teoria quella di rovesciare il presidente Museveni. Sì, lo stesso Museveni che governa ancora oggi.
E qui arriviamo a quelli impegni che oltre ad estendere gli interessi di Kampala servono soprattutto a salvare la faccia del padre-padrone dell’Uganda: guadagnarsi il benvolere dei grandi in cambio di operazioni di peacekeeping come quelle in Somalia o nella Repubblica Centrafricana.
Tutto questo protagonismo è destinato però ad avere un prezzo. Intanto sta seminando un po’ ovunque una crescente ostilità verso l’Uganda. Da parte dei governi dei vicini perché tende ad agire troppe volte per conto proprio, sminuendo l’efficacia degli organismi regionali che invece sarebbero la soluzione più adatta a governare un caos senza confini. Da parte di una popolazione prevalentemente musulmana che vede l’Uganda come alleato principale dei vecchi dominatori occidentali.
All’interno c’è infine chi si chiede se il paese possa permettersi di andare a combattere in tutti questi teatri quando ci sono già tanti problemi dentro casa propria. O forse, come dice qualcuno, le missioni internazionali servono a Museveni per distrarre altrove un esercito che, se lasciato troppo tempo inerte e consapevole delle miserie in patria, ne avrebbe già approfittato per toglierlo di mezzo.

P.S.
Vale la pena di aggiungere che Museveni ha appena respinto una legge omofoba presentata dal Parlamento. Ma solo perché secondo lui sono dei “poveri malati” che possono essere curati. Che premuroso…

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