Russia – Volgograd e Daghestan, gli spettri dello zar Putin

VolgogradOre di terrore a Volgograd, meglio nota con il suo vecchio nome di Stalingrado che viene associato ad una delle battaglie più epiche e decisive della seconda guerra mondiale. Nell’arco di una giornata due attentati dinamitardi ad opera di gruppi jihadisti del Daghestan hanno colpito una stazione e un autobus della città uccidendo almeno una trentina di persone.

La strage è avvenuta a non molta distanza dalla città di Soci, dove tra poche settimane si disputerà la ventiduesima edizione dei Giochi olimpici invernali. Ma a caratterizzare questa violenza non è soltanto la vicinanza al luogo di un importante evento internazionale. Per l’attuale presidente Vladimir Putin l’area richiama infatti alla mente più di un brutto ricordo.

Il Daghestan è una regione periferica del Caucaso che si affaccia sul mar Caspio e arriva fino al confine con l’Azerbaijan, una repubblica che a differenza del suo vicino settentrionale è riuscita a sfuggire all’abbraccio di Mosca non appena collassò l’Unione Sovietica. 

Negli anni Novanta anche il Daghestan e molte altre repubbliche sorelle provarono ad abbracciare lo stesso sogno secessionista. Il risultato fu la guerra più sanguinosa della storia della Federazione Russa,  ovvero la guerra in Cecenia che durò a fasi alterne tra il 1994 e il 2009. In questo conflitto lo stesso Putin giocò un ruolo cruciale nella seconda parte che esplose proprio a seguito di un invasione nel 1999 del Daghestan da parte delle milizie jihadiste cecene che scatenò una risposta immediata dell’esercito russo.  

Nonostante siano passati quasi cinque anni dalla fine ufficiale delle ostilità – costate quasi centomila morti tra combattenti e civili – la tensione nell’area resta altissima per ragioni che hanno interessato anche le zone oltre confine. Una di queste è stata la guerra del 2008 combattuta tra Russia e Georgia da cui scaturì la semi-indipendenza da Tbilisi dell’Abkhazia e dell’Ossetia del Sud. Un altro elemento potenzialmente esplosivo è la rivalità mai sopita tra Azerbaijan e Armenia per il controllo dei territori del Nagorno-Karabakh che hanno scatenato una guerra tra i due paesi e ancora oggi è per loro un motivo di forte attrito. 

Per quanto riguarda il problema jihadista di zone come il Daghestan o la Cecenia, dopo un’apparente fase di calma esso ha ricevuto nuovo impulso dalla partecipazione di alcuni loro gruppi nella guerra civile siriana. A tale proposito già il mese scorso il vice direttore dei servizi segreti russi (FSB) Sergei Mikhailovich Smirnov aveva messo in guardia sul pericolo di un reflusso di questi combattenti galvanizzati da quella che per molti di loro è diventàta la jihad contro il tiranno Asad. 

Le parole di Smirnov seguivano di circa un mese un altro attentato avvenuto sempre a Volgograd ancora una volta per mano di una militante proveniente dal Daghestan. La ragazza, una trentenne di nome Naida Asijalova, si fece esplodere in un autobus uccidendo sei persone e dopo l’attacco il governo russo lanciò un’operazione di contro terrorismo durante la quale perse la vita il marito della donna, Dmitrij Sokolov, anch’egli appartenente alle milizie islamiche.

All’indomani delle ultime stragi di Volgograd e in vista anche del sempre più importante appuntamento di Soci, il presidente Putin promette di “rafforzare le misure di sicurezza in tutta la Russia”. Un altro passo verso la militarizzazione del Caucaso.

 

 

 

 

 

 

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