Egitto – Una Costituzione ‘militarmente corretta’

Da pochi giorni è finalmente pronta la nuova Costituzione che l’Egitto dovrà approvare definitivamente con un referendum che si dovrebbe tenere entro il prossimo gennaio. Rispetto alla Carta scritta dai deposti Fratelli Musulmani (al-Ihwan) il riferimento alla Sharia viene sostituito da termini come ‘governo civile’ o ‘diritti delle donne’, come a voler rimarcare la natura laica dopo la contestata parentesi di Morsi che ha provocato il golpe dello scorso luglio.

Peccato solo che leggendo meglio tra le righe si nasconda il solito, vecchio tranello di chi è il vero ‘faraone’ in tutta questa storia: l’esercito.


Nonostante il linguaggio vagamente liberale, la nuova Costituzione offre ai militari una serie di prerogative che aiuta a consolidare il loro potere. Tra queste abbiamo ad esempio molti temi quali il diritto di sciopero o la lotta al terrorismo che essendo stabiliti dalla semplice legge ordinaria sono facilmente modificabili, facilitando quando necessario una stretta in senso autoritario.

Altrettanto discutibile è l’articolo 204, dove viene stabilito che chiunque commetta un non meglio precisato ’attacco diretto’ contro le Forze armate può essere giudicato da un tribunale militare. E questo attacco non si limita soltanto alle persone fisiche, ma anche alle strutture e alle fabbriche di proprietà dell’esercito. Quest’ultima voce in particolare ha molta importanza per un esercito che secondo stime non ufficiali detiene il controllo di almeno 25-30% dell’economia.

Dai tempi del nasserismo (1956-1970) i militari hanno visto la loro stretta sul paese accrescere in modo praticamente incontrastato, subendo una brusca accelerata con Sadat con gli Accordi di Camp David del 1978 che se da una parte avviò il processo di distensione tra Egitto e Israele, dall’altra diede al via a ingenti sovvenzioni (pari a 1,3 miliari di dollari all’anno) Usa al governo del Cairo che li confluì nel cosiddetto National Service Project Organization (NSPO).

L’NSPO che sarebbe finito in mano ad un manipolo di ufficiali in pensione avrebbe gettato così le basi del potentissimo impero economico dei militari, i quali invece di interessarsi soltanto all’industria pesante o alla difesa hanno finito per mettere le mani su ogni genere di produzione: da quello alimentare al turismo, dagli elettrodomestici alle compagnie energetiche, fino alla produzione di auto Cherokee per conto della Jeep.

Questo sistema con il passare degli anni si è affermato a tal punto da far diventare una consuetudine a chi sta per terminare il biennio obbligatorio di leva di lavorare nelle fabbriche dei militari. Con paghe che rispetto a quelle già misere dei normali impiegati non sono per nulla da invidiare (si parla di non più di 30 dollari al mese). Per intendere quanto questa leva di potere riesca sempre ad avere la meglio su tutti gli abusi che commette – agevolati dall’assoluta segretezza dei bilanci opportunamente mantenuta dalla nuova Carta – basti pensare ai tagli di prezzo di molti generi (cibo e benzina su tutto) che molte aziende controllate dall’esercito hanno ordinato durante la crisi che ha colpito l’Egitto in questi ultimi anni allo scopo di guadagnarsi un consenso che resta sempre molto alto.

Sebbene alcuni egiziani dopo la sbronza della caduta di Morsi abbiano iniziato ad aprire gli occhi su quanto stanno architettando le Forze armate, le possibilità che la gente scenda nuovamente in piazza per fermare i loro piani sono al momento davvero remote. E così a quasi tre anni dalle rivolte di piazza Tahrir l’Egitto come in un cerchio sembra tornare nuovamente al punto da cui era partito.

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