Cina – Il terrorismo nel cuore del Celeste Impero

TiananmenLa scorsa settimana a Tian’anmen (Beijing, meglio conosciuta come Pechino), forse la piazza più famosa della Cina accade una scena del tutto inaspettata. Un Suv si mette a correre all’impazzata contro i passanti, uccidendone due e ferendone una quarantina prima di esplodere senza lasciare scampo ai tre occupanti. Oggi nella regione centrale dello Shanxi, nella città di Taiyuan, una serie di ordigni nascosti sotto delle aiuole esplodono non lontano dalla sede locale del Partito Comunista causando un altro morto e otto feriti.

Perché anche la Cina d’un tratto si è scoperta un obiettivo sensibile del terrorismo? Si tratta poi veramente dell’estremismo uiguro o gli attentati sono solamente un pretesto per altri scopi?


Il motivo per cui stupisce tanto un azione così eclatante nel cuore del gigante asiatico viene dal proverbiale basso profilo che Beijing assume nelle questioni internazionali. A differenza delle nazioni occidentali infatti la Cina persegue i suoi obiettivi di politica estera raramente con guerre d’aggressione (o umanitarie per alcuni) che invece di garantire stabilità o ridurre il terrorismo internazionale hanno moltiplicato gli scenari di caos (vedi in Libia) e attirato l’odio degli estremisti islamici verso i fautori di queste invasioni.

I mandarini da parte loro preferiscono nella maggiore parte dei casi il mantenimento dello status quo o la formula del negoziato come sta avvenendo ad esempio nel caso siriano. Qui la Cina, assieme alla Russia, auspica una soluzione di tipo politico che garantisca (anche a costo di tenersi lo spietato Assad) l’integrità territoriale di uno Stato che a causa delle numerose etnie che lo compongono è più che mai sull’orlo della piena disintegrazione e rischia di aprire un pericolosissimo buco nero nell’area.

È proprio dalla lontana Siria che parte invece il filo rosso che lega gli attentati di Tian’anmen agli uiguri dello Xinjiang. Quest’ultima è una regione a maggioranza musulmana che si trova all’estremo confine occidentale del paese ed è una delle ultime zone ad essere stata integrata nel Celeste impero. Essa dopo essere stata conquistata dall’imperatore Qianlong nel XVIII secolo ha attraversato fasi alterne di asservimento e rivolta fino alla quasi completa indipendenza negli anni Trenta del secolo scorso dopo il collasso dell’impero manciù.

Evitando per poco di non essere integrato nell’Unione Sovietica, lo Xinjiang venne poi riconquistato negli anni Cinquanta dalla neonata Repubblica Popolare Cinese, restando comunque a lungo una provincia periferica finché la sua crescente importanza come crocevia energetico non hanno spinto il governo ad una politica di sinizzazione. In sostanza gruppi sempre più numerosi di cinesi di etnia han si sono stabiliti nell’area allo scopo di ribaltare gli equilibri etnici che al momento vedono ancora gli uiguri in un vantaggio ormai esiguo.

Il motivo per il quale ho collegato la Siria agli uiguri è il fatto che alcuni di loro avrebbero partecipato alla guerra contro Assad, schierandosi nelle file dei gruppi legati alla stessa al-Qaeda. Da qui i timori del governo che questo genere di partecipazione possa esacerbare il terrorismo anche in casa com’è avvenuto nel disordine che è seguito alla primavera araba. Ma forse il timore più grande del governo comunista è il diffondersi non solo del radicalismo islamico, ma anche delle istanze di libertà e pluralismo che hanno portato al rovesciamento di molti regimi mediorientali. In fondo la pista uigura che le autorità non hanno tardato ad evocare basandosi sulla nazionalità dei passeggeri del Suv incriminato e su presunte bandiere jihadiste – che non si sa come sono scampate alle fiamme – potrebbero essere un pretesto come un altro per rafforzare i controlli su una regione mai placata.

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